2 Ottobre 2007
Ottobre 3, 2007 di amicidipaola
Se al danno si aggiunge anche la beffa
Internet, il motore di ricerca, sta cercando la verità. Perché attraverso il blog mi stanno aiutando in tanti. Gente che sa ma non può parlare; gente che non sa a chi parlare; gente perbene che vuole condividere il dolore, l’indignazione, il diritto di sapere; gente che aiuta senza chiedere niente in cambio: solo in nome dell’impegno civile, dell’etica della solidarietà. E per questo non solo scrive, ma aiuta a trovare le prove, fa ricerche, invia documenti: “Non per giocare a fare il poliziotto, ma perché questa vicenda del Giorgione ha sconvolto una piccola città come Trapani – spiega uno di loro – Qui una cosa del genere non era mai successa: quella sera c’era gente che stava mangiando la pizza sui ristoranti del porto e vedendo con i propri occhi quello che è successo, sconvolta, ha mollato la pizza nel piatto, è saltata sulla propria barchina ed è corsa ad aiutare. Gente che non riesce a dimenticare”.
Infatti, sono proprio i testimoni di quella notte di tragedia che continuano a segnalare “anomalìe” sempre sullo stesso tema: l’affondamento del Giorgione, il suo successivo “abbandono” e la mancanza di provvedimenti contro la Siremar che aveva il compito di ripescarlo.
Giovedì dovrebbero arrivare a Trapani i mezzi della Micoperi: ma che questi possano recuperare a breve l’aliscafo sembra privo di fondamento. I mezzi della Micoperi, infatti, sono piuttosto grossi: prova ne è che viaggiano molto lentamente, a circa 9 nodi. C’è chi ritiene, dunque, che questi mammut del mare non solo avrebbero difficoltà a manovrare su un fondale di appena 7 metri come quello dove è immerso il “Giorgione”, ma ammesso che ci riescano, bisognerà interdire una grossa fetta dell’area portuale.
Comunque l’arrivo della Micoperi nel porto di Trapani avviene per uno scopo preciso e prioritario: ripescare il “Karol W.” nelle acque di Marittimo. Incarico affidatogli dalla magistratura e sottoscritto con un regolare contratto con il Ministero della Giustizia: tra la Siremar e la Micoperi, invece, non c’è ancora nessun contratto formalizzato. Questo fa pensare che se la nave della ditta di Ravenna dovesse occuparsi anche del recupero del “Giorgione”, ciò dovrebbe accadere dopo il recupero del “Karol W.” che giace in fondo al mare da aprile: e poiché far riemergere il peschereccio da un abisso di 400 metri, è un’operazione complessa e non velocissima, il “Giorgione” finirà in lista d’attesa.
Ma come mai non è stato pattuito alcun accordo tra la Siremar e la Micoperi? Forse perché non è sicuro che la Micoperi possa riuscirci? E per quale motivo?
Finora - in base a quanto dichiarato da chi gestisce le operazioni di recupero - si è attesa la Micoperi come una sorta di “deus ex machina” capace di risolvere problemi che altri sul posto non sembravano in grado di superare: e poiché la Micoperi era lontana e impegnata, con questa “giustificazione” si è aspettato tanto, facendo diventare il corpo del reato un ferrovecchio corroso dal mare. Ma se una volta giunta a Trapani, ci fossero altri intoppi e ritardi, ci sarebbe da mangiarsi le mani. Soprattutto da parte di chi suggeriva l’uso di palloni gonfiabili per far riemergere l’aliscafo: “Con i palloni, una volta staccatosi dal fondo, poteva essere facilmente trascinato fino al molo dove una delle tante gru che lavorano nel porto di Trapani, poteva tirarlo a secco”. Una soluzione ancora possibile, l’uovo di Colombo, che nessuno ha preso finora in considerazione. Così all’amaro sapore del danno, si aggiunge quello della beffa… E i dubbi sull’intera operazione di recupero diventano inquietanti: anche perché non basterà a fugarli l’arrivo della Micoperi previsto per il 4 ottobre, tre giorni prima della scadenza della proroga concessa alla Siremar per effettuare il recupero. Soprattutto guardando dall’alto la scena del delitto in una fotografia del porto di Trapani presa dal satellite: una foto illuminante, ma proprio per questo sconcertante. Tant’è vero che ho preferito metterla direttamente qui e non in “Documentazione e Video”, proprio perché nessuno possa dire di non averla vista e di non sapere.

Con la scritta SCHIANTO è indicato il luogo sulla diga foranea dove, impattando, è rimasto incastrato, il “Giorgione” e da dove non si sarebbe mai dovuto spostare in maniera così rozza e affrettata, in quanto prova fondamentale nel processo di omicidio colposo per scoprire le vere responsabilità. Il Comandante dell’aliscafo Mario Scaduto, infatti, dichiarò subito alla magistratura e alla Capitaneria di avere avvertito un duplice problema tecnico: il che, a livello statistico, è molto raro soprattutto considerando che il vecchio aliscafo – navigava già da 18 anni - era appena uscito dai cantieri dove, secondo il direttore della Siremar, “era stato rimesso a nuovo”.
E’ evidente, dunque, l’importanza di approfondire le dichiarazioni del Comandante fatte a caldo - prima, cioè, di poter ricevere eventuali condizionamenti – con indagini mirate. Di qui l’utilità di preservare il più possibile integro il mezzo che nel frattempo lì dov’era, sulla diga foranea di sottoflutto, protetto da quella di sopraflutto, non si sarebbe mai mosso: non solo perché il comandate Scaduto e l’equipaggio prima di andare via l’avevano bene agganciato con cavi agli scogli, ma perché l’ala incastrata sulle rocce faceva perfettamente da ancora. Tant’è vero, che in seguito, portando via il mezzo, è rimasta incastrata sulle rocce ed è stato necessario un apposito intervento per rimuoverla.
In ogni, caso in quella posizione era sicuramente più agevole fare indagini e acquisire prove piuttosto che in fondo al mare. Come ha dimostrato la notte stessa la squadra della Polizia scientifica dei Carabinieri condotta dal maresciallo Lombardo, andata sul posto: sono saliti a bordo con le loro valigette, hanno fatto i rilievi, scritto un verbale di sopralluogo. Se hanno avuto tutto il tempo e la possibilità di muoversi sull’aliscafo di notte, avrebbero potuto continuare ancor meglio di giorno. Ma il giorno dopo l’aliscafo non c’era più.