Naufragio Costa Concordia
appello al governo Monti:
Equità e rigore
anche per la
”casta degli armatori”
che gode di privilegi
per non risarcire le vittime
di incidenti in mare
Parlare di risarcimento danni in un momento in cui l’emozione per la perdita di vite umane è ancora forte, forse può sembrare indelicato o inopportuno. Ma non è così. Perché prima che l’eco della tragedia della Costa Concordia si spenga, bisogna raccontare che cosa significa finire nelle mani della “casta degli armatori” e dei loro assicuratori. Una lobbie potente che è difficile inchiodare alle proprie responsabilità e costringere a risarcire adeguatamente le vittime: come può dimostrare chi ha provato sulla propria pelle le conseguenze di un incidente per mare. La stessa sorte, infatti, accomuna sia i 140 morti sulla Moby Prince in fiamme, sia le vittime di incidenti meno eclatanti. Come quello in cui ha perso la vita nel 2007 mia sorella Paola (la cui vicenda giudiziaria è raccontata nella pagina “Vergogna!” di questo blog). Una vicenda a prima vista incredibile. In realtà, una dolorosa prassi. Toccherà ora anche ai familiari delle vittime della Costa Concordia affrontarla? Oppure la casta degli armatori farà un’eccezione per non perdere la faccia – e i clienti – data la risonanza mediatica di livello mondiale che ha avuto la vicenda? Ce lo auguriamo per loro. Perchè se così non fosse, i superstiti della Costa Concordia sarebbero costretti a scoprire che la ricca “lobbie degli armatori” gode di privilegi legislativi che le consentono di trascinare per anni nelle aule di tribunale i familiari delle vittime i quali, a loro volta, finiscono per diventare vittime di una sorta di… estorsione. Perché o accettano pochi soldi maledetti e subito spesso frutto di indecenti transazioni, oppure, per ottenere il giusto risarcimento, debbono continuare a pagare avvocati, vagando senza fine da un tribunale all’altro: come accaduto, appunto, ai familiari delle vittime della Moby Prince, per mia sorella e per quella miriade di casi che “non fanno notizia”. Come quello di un giovane che mi ha scritto – chiedendo, però, di rimanere anonimo – di non avere ancora ottenuto il risarcimento per un parente morto in un incidente che risale a 15 anni fa! E da 4 anni sta aspettando il risarcimento anche Carmen Ferraro, che ha perso l’uso delle gambe sull’aliscafo della Ustica Line schiantatosi nel 2008 sulla scogliera del porto di Trapani. A quell’epoca avevo già raccontato sul blog di questa 39enne, mamma di due bambine di 7 e 12 anni, che dopo quell’incidente sta conducendo una vita infernale: rimasta paralizzata, vive su una sedia a rotelle con l’aiuto di cerotti di morfina perché non ha la possibilità economica di pagare fisioterapie e altri trattamenti necessari ad alleviare i dolori lancinanti. “La sanità pubblica rimborsa le spese per la fisioterapia solo nei primi mesi dall’incidente – racconta Carmen – Ma io i soldi per pagarla di tasca mia non li ho, anche perché ho dovuto affrontare in questi anni un sacco di spese. A cominciare da quelle per allargare le porte di casa per passare con la sedia a rotelle: sedia che in macchina, però, non entra, per cui non potendomi permettere un’auto per handicappati, sto da 4 anni murata viva in casa. La mia richiesta di avere almeno una provvisionale, un anticipo sul risarcimento danni, non è stata accolta… ma dov’è la giustizia?”
Un interrogativo inquietante: perché dove difetta la giustizia, difetta anche il rispetto delle regole e della sicurezza.
Infatti, viaggiare con chi, in caso di incidente, non paga i danni – o paga poco – è più rischioso. Perché chi può permettersi di offrire quattro soldi per la perdita di una vita, potrebbe essere anche portato a risparmiare sul rispetto delle norme di sicurezza.
Ecco perché ora che l’opinione pubblica e dei media è focalizzata sulla vicenda è fondamentale sollevare interrogativi non solo sulla dinamica dell’incidente, ma anche sulle responsabilità che ne hanno aggravato le conseguenze. Quanti morti, feriti e dispersi, infatti, si sarebbero potuti evitare se le operazioni di salvataggio si fossero svolte con efficienza e nel rispetto delle norme di sicurezza? E l’equipaggio – in gran parte incapace di comunicare con i passeggeri – era preparato a fronteggiare l’emergenza come prevedono accordi europei e contrattuali in merito? Accordi contrattuali che i sindacati hanno sottoscritto nel “reale” interesse dei lavoratori e dei passeggeri, o con atteggiamento accondiscendente verso la lobbie degli armatori, come emerge dalla documentazione raccolta su questo blog nel caso dell’incidente in cui ha perso la vita mia sorella Paola?
L’opinione pubblica, insomma, deve sapere che individuare nel comandante l’unico colpevole del disastro, non serve a fare giustizia ma, al contrario, può essere utilizzato dalla compagnia di navigazione per scaricarsi delle proprie responsabilità, scaricando anche l’onere del risarcimento danni sul comandante: come accaduto per Paola e per tutti coloro che da decenni stanno aspettando un equo risarcimento. Accadrà anche per le vittime della Costa Concordia? E se così non fosse, ciò significherebbe che – in barba al principio di uguaglianza fra cittadini sancito dalla nostra Costituzione – si possono usare diversi pesi e misure per risarcire chi perisce su una nave da crociera o su un aliscafo di linea? O per risarcire chi perisce in mare, in cielo o su un’autostrada?
Ecco perché, anche per evitare che disastri del genere si ripetano, è importante che certi privilegi legislativi sfruttati dalla casta degli armatori e dei loro assicuratori vengano affrontati con l’equità e il rigore rivendicati da questo Governo, al quale inviamo il seguente appello
(a rapportiparlamento@governo.it):
Presidente Monti,
non ritiene che sia arrivato il momento di dire basta a complicità e privilegi di cui gode una casta talmente forte che può violare perfino il diritto costituzionale a un equo risarcimento danni che dovrebbe essere garantito – senza differenze - ai passeggeri di qualsiasi mezzo di trasporto?