
9 giugno 2010
Cari benefattori …
Cari benefattori,
“coinvolti” da mia sorella ad adottare bambini indiani come lo sono stata io trascinata dal suo entusiasmo e dalla sua generosità, quando Paola è morta ho promesso che avrei continuato non solo ad occuparmi di questa iniziativa benefica ma che, interpretando la sua volontà, avrei devoluto una cifra più sostanziosa delle normali adozioni, alla fondazione di Mumbay delle Canossiane.
Perciò ho deciso con mio marito Renzo di fare un viaggio in India per andare a vedere a Mumbay la realtà della quale Paola ci aveva parlato, spinta anche – perché non ammetterlo? – dalla diffidenza verso una situazione tanto lontana da noi: nel senso di “distanza” sia chilometrica che culturale. Inoltre temevo che le mitiche suor Griselda e suor Caterina, le due anzianissime suore, fossero anche un po’ andate di testa data l’età – 88 anni suor Griselda e 80 suor Caterina – per cui avevo qualche perplessità all’idea di continuare a sovvenzionare questa iniziativa magari con una cifra cospicua.
Ebbene, il risultato dei 5 giorni passati a Mumbay e di quello che visto, sono la conferma che Paola per molti versi era una persona eccezionale: perché capace di scoprire e sostenere una realtà altrettanto eccezionale.
Realtà della quale voglio parlarvi aiutandomi anche con qualche foto fatta sul posto, per testimoniarvi quanto il vostro/nostro sostegno sia stato fondamentale per salvare dall’abbandono, dalla fame e dalla disperazione non solo le bambine adottate ma anche le loro famiglie e parte della comunità che ruota attorno a loro. E cominciamo dalle protagoniste : altro che andate di testa!
Suor Griselda è arzilla, va in giro a piedi per la città, dirige tutto con una lucidità impressionante, lavora da mattina a sera e per quello che fa dimostra almeno 40 anni di meno. Lo stesso vale per suor Caterina – che ha il viso incredibilmente senza una ruga – e per suor Maria l’unica delle tre che non porta l’abito bianco, ma ha avuto l’autorizzazione a indossare il sari, il classico abito femminile indiano, per essere accettata senza diffidenza nei villaggi. Maria, infatti, a differenza delle altre che insegnano nel convento, essendo molto “giovane” – ha 70 anni e una stretta di mano capace di stritolare quella di chi ricambia il saluto – va in giro per i villaggi a cercare situazioni disperate da aiutare e a seguire la costruzione di nuove sedi facendo attività da “capo-cantiere”.

Ancora Suor Griselda (a sinistra) e Suor Caterina con la sorella di Paola Romano e con due "ex bambine adottate" che ora lavorano nella scuola
Suor Griselda e Caterina, dunque, sono arrivate a Mumbay 60 anni fa e vanno a trovare i familiari in Italia una volta ogni 5 anni: “Quando siamo arrivate qui c’era solo un’enorme piantagione di mango che la fondazione delle Canossiane rilevò per pochi soldi – raccontano – e all’inizio facevamo lezione all’aperto, sotto gli alberi, perché non c’era altro”. Grazie ai soldi dei benefattori la piantagione oggi è un grosso complesso scolastico – con annesso convento, abitazioni per chi lavora nella struttura, campi da gioco, ecc. (come si vede nelle foto) ed è una delle scuole private cristiane di Mumbay che copre tutte le classi fino al college o all’università.

Il custode all'ingresso del complesso delle Canossiane a Mumbay accanto alle frecce che indicano i vari edifici scolastici che lo compongono: edifici e scorci della grande struttura riportati nelle foto a seguire.
Una scuola ambita dove sia gli indiani che possono permetterselo sia quelli che fanno sacrifici per pagare la retta, aspirano a mandare i figli: perchè offre un’istruzione qualitativa e diversificata – dallo musica allo sport al computer – che le scuole pubbliche non sono in grado di dare. Quanto ai figli dei poverissimi (gente, cioè, che ha meno di 50 centesimi di euro al giorno per vivere) comunque non potrebbero andare alla scuola pubblica perché non avrebbero i soldi per pagare i libri, i quaderni, le matite e tutto il materiale scolastico, compreso la divisa: materiale fornito dalle Canossiane ai bambini da noi adottati, insieme al pranzo. Non solo: in realtà le somme che noi mandiamo per ogni bambino dovrebbero servire a coprire la sua retta annuale per i 10 anni di istruzione ( scuola ordinaria ) prima del college. Ma di fatto, con quella cifra le suore seguono l’intera famiglia. “Come faccio ad aiutare una bambina e a trascurare il fratello, la mamma o il padre? – mi ha detto, infatti, suor Griselda – Allora se un mese con i soldi dell’adozione compriamo un vestito alla bimba adottata, ne diamo uno anche ai suoi fratelli e sorelle; il mese successivo compriamo il sari alla mamma e quello dopo un vestito al padre. E così via per le varie necessità…” L’intento delle suore, dunque, non è sradicare le bambine dal contesto familiare ma lasciarle in famiglia facendole studiare affinché un domani, grazie all’istruzione possano aiutare la famiglia: nello stesso tempo, facendo evolvere la bambina, fanno evolvere anche il contesto familiare nel quale vive. E questo aiuto viene dato indipendentemente dalla religione praticata.
Come si vede nelle foto, sia le due ragazzine ormai adolescenti adottate da me e da mia sorella che sono venute al convento per salutarmi, sia le mamme che le hanno accompagnate sono pulite, pettinate e decentemente vestite.
Il che nel mondo occidentale è normale: ma in India – dove anche nelle grandi città come Mumbay nei quartieri poveri non esiste acqua corrente potabile, dove le strade asfaltate sono una rarità, dove l’immondizia, le vacche e i loro escrementi convivono con la gente nelle strade e nelle case – è già un grosso salto di qualità. Del resto basta vedere la foto che segue scattata fuori dalla recinzione del complesso canossiano per avere una vaga idea della realtà. Anche se questa foto nasconde l’aspetto più nauseabondo della scena: la puzza, il roteare di insetti, la pressione della gente e il caos del traffico.
Insomma, la struttura delle Canossiane rappresenta quel punto di riferimento che in India non esiste: lo Stato. In India, infatti, ci sono poche famiglie ricchissime – non a caso fra i 10 uomini più ricchi del mondo, 2 sono indiani – mentre la maggioranza delle famiglie sono al di sotto della soglia di povertà. Ancora molto ristretto il cosiddetto ceto medio, che è quello che normalmente tiene in piedi le società. A questo si aggiunge che la popolazione indiana è rigidamente divisa in caste, per cui chi è nato in una casta di basso livello ha enormi difficoltà a salire di casta o di livello: e oggi una delle poche possibilità di miglioramente sociale è offerta dall’istruzione. La società indiana, infatti, è molto meritocratica: per cui anche l’accesso al corso preuniversitario e all’università, avviene solo dopo un esame cui si accede solo se la media dei voti scolastici è alta. Ecco perché tutti gli indiani, anche poveri, hanno capito il ruolo fondamentale dell’istruzione. E’ il caso, per esempio, dell’autista Sunil Gupta (nella foto che segue) che ci ha accompagnato al convento delle Canossiane : lui vive a Mumbay lavorando nell’hotel nel quale eravamo ospiti, mentre la famiglia vive in un piccolo villaggio, e Sunil mette i soldi da parte perché il suo sogno e fare studiare i figli in una scuola cristiana come quella delle Canossiane (che prendono solo femmine) o come quella accanto dei Salesiani (che prendono solo maschi).
Ma c’è anche l’esempio di Jessy Jose : l’abbiamo incontrata per caso perché fa la guida e parla benissimo italiano. Così quando le ho chiesto dove aveva imparato, mi ha raccontato di essere uno dei quei casi di adozione a distanza grazie alla quale la sua vita è cambiata: dopo avere studiato, a 15 anni è andata a vivere e continuare gli studi in Italia dalla famiglia che l’ha adottata e così, tornata in India, ha trovato un lavoro da interprete, si è fatta una dote, si è sposata e ha due bambini. In India, infatti, le donne senza soldi e senza dote non trovano marito. E una donna senza uomo o famiglia non vale niente: è un rifiuto della società della quale nessuno vuole occuparsi.
Alla mamma di Pooja, per esempio, la bambina adottata da Paola, poiché claudicante e analfabeta, nessuno offriva lavoro fin quando non ha frequentato le scuole serali delle Canossiane traendone enorme giovamento: un esempio, dunque, di come l’adozione a distanza serve non solo alla bambina ma a tutta la famiglia. Lo stesso vale per la mamma di Aishwara – la bambina da me adottata – che non ha marito; o per Anita: accolta dalle Canossiane quand’era incinta, ora vive e lavora nel convento mentre sua figlia, dopo avere fatto tutte le scuole, ha avuto un punteggio tale da essere stata ammessa all’università.
E veniamo, dunque, alle conclusioni emerse da questi incontri. L’entusiasmo, la voglia e la capacità di aiutare i bisognosi dimostrata da queste suore sono un dono prezioso che non va sprecato, una ricchezza che non va dispersa: e tutti voi che state contribuendo ad alimentarli dovete essere orgogliosi di quello che fate perché con meno di 1 euro al giorno state dando la speranza di un futuro migliore a tante famiglie. Le 44 bambine fatte adottare da Paola, infatti, rappresentano da un punto di vista numerico il terzo gruppo in Italia, dopo quello di Trento che conta più di 100 adozioni e quello di Roma con meno di 100.
Perciò dopo più di un mese trascorso in India in una realtà per noi occidentali inimmaginabile non solo vi invito a non abbandonare le vostre protette, ma ad allargare se potete, con l’entusiasmo e la capacità di coinvolgimento che caratterizzavano Paola, questa rete di adozioni non solo consentendo alle suore di accogliere nuove piccole ma anche nel fare continuare gli studi a quelle più grandi e meritevoli.
L’interrogativo, infatti, che mi sono posta al termine della visita è stato: Pooja, adottata da Paola, ora ha 13 anni e la mia Aishwara ne ha quasi 16, ma che faranno completate le scuole? Entrambe hanno confessato che il loro sogno è fare le hostess: un sogno per noi, forse, modesto, per loro una chimera difficilmente raggiungibile. Ma è possibile aiutarle a realizzarlo? Ed possibile continuare ad aiutare economicamente le più brave affinché possano, se lo vogliono, frequentare l’università?
Suor Griselda e suor Caterina dicono di sì e mi faranno sapere di volta in volta chi sono le ragazze che meritano di essere aiutate inviandomi la pagella con il relativo punteggio ed io farò di tutto per sostenerle.
E naturalmente questo vale anche per voi sapendo che quello che fate può letteralmente cambiare il destino di una donna e di chi le sta intorno: le donne, infatti, sono l’anello più debole di questa disgraziata catena umana tant’è vero che il numero di neonate uccise appena nate – perché considerate una iattura e solo un problema per la famiglia – è ancora altissimo in India.
Ultima considerazione che mi ha fatto capire come i soldi inviati siano ben spesi, senza sprechi, fino all’ultimo centesimo. Andando dalle suore avevo portato con me il mio piccolo computer portatile per mostrare alcune fotografie di Paola e lo avevo avvolto in un paio di magliette stinte e lise per non rovinarlo. Quando ho detto loro che poi le magliette le avrei buttate, suor Caterina ha esclamato tendendo le mani: “Buttarle?! Per amor di Dio dalle a noi: questo per noi è oro da regalare ai poveri!”
Elena Santagostini è una delle più care amiche milanesi di Paola e ha sempre saputo che se a Paola fosse successo qualcosa che le avesse impedito di occuparsi delle adozioni a distanza, il testimone sarebbe passato a lei: non a caso aveva l’elenco di tutte le adozioni fatte e dei relativi donatori.
Certo, non avrebbe mai immaginato che questo passaggio sarebbe avvenuto tanto presto e in modo così tragico…
Sta di fatto che per mantenere la parola data a Paola, non si è tirata indietro.
Perciò chi vuole saperne di più sulla adozioni a distanza di bambini indiani, può contattarla attraverso questo blog utilizzando lo spazio qui sotto “Leave a Reply” oppure potete contattarla direttamente ai seguenti recapiti:
Tel. e Fax 02.7533517
Cellulare 347.7934767
E-mail: eledido@libero.it
28 Novembre 2007
Scrive suor Griselda dall’India …
Abbiamo ricevuto nei giorni scorsi, una bella lettera di Suor Griselda, che grazie alle donazioni fatte in nome di Paola, ha curato e aiutato molti bambini indiani e le loro famiglie. Vi invitiamo a leggere questa missiva e cogliamo l’occasione per ringraziare tutte le persone che hanno donato.

Cliccate qui per leggere la lettera



















Eccomi, lusingata per essere stata indicata da Paola come sua erede nella gestione delle adozioni e disperata perchè non avrei mai pensato di dovermene occupare in prima persona in queste circostanze.
Sono però felice di poter fare qualcosa anche io ed approfitto di questo blog per ringraziare nuovamente chi mi ha già contattato ed ha provveduto ad aiutarci, e chi lo vorrà fare in futuro.
Desidero inoltre precisare che, per chi non si sentisse sicuro di poter garantire il versamento annuale della somma necessaria per il mantenimento dei piccoli, esiste la possibilità di effettuare un’offerta , di qualsiasi entità, in memoria di Paola. Il convento delle Madri Canossiane di Bombay la destinerà a qualsiasi tipo di necessità dei propri assistiti e delle loro famiglie (a volte interventi chirurgici, aiuti per i matrimoni, ammissioni al collegio o altro)
I miei recapiti li avete, sono a vostra disposizione.
Grazie,
Elena Santagostini
Grazie agli amici di Marettimo per la somma che hanno raccolto e che ho provveduto ad inviare ai bambini indiani.
Non appena mi daranno informazioni a proposito di come l’avranno utilizzata ve lo farò sapere, e non sarà tra molto dato che le suore sono attivissime e molto efficienti, come hanno già dimostrato in occasione delle ultime nuove adozioni.
A presto,
Elena
Cara Griselda ti faccio tantissimi auguri per il nuovo anno consapevole che i tempi sono molto duri, ma conoscendoti, so che domerai ancora le avversita,
Un abbraccio da tuo fratello Paolo da Chawiwan e da Antonio