
12 Gennaio 2008
A proposito di… LA “FALSA EMERGENZA RIFIUTI”

IL SILENZIO DEGLI INNOCENTI
Immagini televisive dal fronte della spazzatura che fanno da scenario alle dichiarazioni di politici e giornalisti. Parole e immagini che evocano tempi di guerra come “lo Stato si arrende all’immondizia” o “i ribelli dei rifiuti”. Poi finalmente l’arrivo degli eroi salvatori: le camionette dell’esercito che da giovedì sera si aggirano nella notte per le strade di Pianura sullo sfondo di cumuli di immondizia in fiamme. Così, ancora una volta, l’emergenza mediatica ha preso il sopravvento sull’emergenza reale. I cumuli di rifiuti urbani ammonticchiati in alcune parti della città hanno accentrato tutta l’attenzione dei media, suggerendo all’opinione pubblica che l’emergenza campana è dovuta alla classe politica locale, incapace di governare la nettezza urbana, di gestire in maniera ordinata i 20.000 addetti al servizio, di costruire termovalorizzatori come si fa in tutte le parti del mondo e di fare funzionare l’inceneritore di Acerra fregandosene delle paure di napoletani ignoranti e privi di buon senso che lo vedono come il demonio.
Risultato: nella confusione generale di notizie poco alla volta prende corpo sui teleschermi la tesi che il problema della monnezza napoletana è una questione di ordine pubblico. Da risolvere, dunque, con i manganelli della polizia e le attrezzature dell’esercito: con le truppe guidate dal generale Franco Giannini e con la direzione dell’ennesimo commissario, De Gennaro, accettato anche da chi aveva criticato il suo duro operato durante il “G8” di Genova nella convinzione che per risolvere questa emergenza ci vuole il pugno di ferro.
In realtà le soluzioni proposte hanno come primo, urgente obiettivo fare sparire l’immagine della spazzatura dai teleschermi sulla quale rischia di cadere il Governo e la sua credibilità in Europa. E per fare questo bisogna sciogliere i cortei di protestanti, spegnere il clamore dei media, rassicurare l’opinione pubblica che tutto è sotto controllo. Nel frattempo, il generale reduce dall’Albania spezzerà le reni ai rivoltosi di Pianura - qualificati tout court anche camorristi – e insieme a De Gennaro garantirà l’ordine pubblico. Così ogni decisione politica potrà essere presa: anche con la forza, se non sarà possibile con la democrazia, la ragione e la scienza.
Ecco perché guardando le immagini dell’esercito che pattugliava quei quartieri che conosco così bene, abitati per lo più da gente tranquilla, perbene, che lavora, mi sono venuti i brividi. Perché ho capito che appena l’emergenza fasulla, che fa scalpore, sarà finita, tornerà fuori quella vera che non trova spazio sui giornali: e continuerà a uccidere. Ho capito che appena i riflettori dell’attualità si saranno spenti, come in Cambogia, scenderà il silenzio sugli innocenti: sui napoletani che continueranno a “morire di monnezza” e sulla loro terra vittima di un immane disastro ambientale.
LA VERA EMERGENZA
Perché l’emergenza vera non sta nei sacchetti pieni di scarti di verdura, carne, pasta, plastiche, carta, bottiglie e qualsiasi altra schifezza ammonticchiati per le strade: sicuramente sono un veicolo di malattie infettive, uno sconcio estetico, una prova di inefficienza istituzionale, ma non sono la causa dell’aumento dell’84% in più – rispetto al resto della Campania - di morti per tumore al fegato o del 30% in più di morti per tumori alla vescica. I rifiuti urbani sui quali è stata catalizzata l’attenzione dei media non sono i colpevoli dell’inquinamento delle falde acquifere con le quali si irrigano i campi dove crescono i prodotti e si allevano gli animali dei quali si alimentano i cittadini che si ammalano di cancro. La colpa di questo disastro ambientale che sta mandando in tilt l’intera catena alimentare, è dei milioni di tonnellate di rifiuti tossici e industriali provenienti dalle industrie del Nord Italia e di mezza Europa, che alimentano lucrosi traffici illeciti contro i quali, però, non c’è nessuna vera mobilitazione da parte dello Stato.
In una trasmissione televisiva l’onorevole Castelli ha sollevato una domanda serpeggiata dall’inizio dell’emergenza, ma cui nessuno ha dato risposta forse perché è il vero nucleo del problema: “Come è possibile che lo smaltimento dei rifiuti si risolve in tutte le regioni d’Italia, tranne che in Campania?” La risposta è che qui non si riesce a risolvere perché non si debbono smaltire solo i rifiuti solidi urbani e delle scarse industrie della regione, ma una quantità abnorme di scorie tossiche, industriali, radioattive, per colpa delle quali il territorio campano è al collasso, i suoi equilibri sono saltati, gli ammalati di tumore aumentano e diminuisce in maniera paurosa la qualità della vita.
In Campania, dunque, il problema dei rifiuti è diventato irrisolvibile per la loro abnorme quantità e per la loro micidiale qualità: questi rifiuti tossici, infatti, vengono mescolati e nascosti sotto il flusso dei normali rifiuti cittadini nel calderone indifferenziato di discariche autorizzate e abusive, tutte poco o per niente controllate.
Questa “eccezionalità” della situazione campana non è assolutamente venuta fuori dall’emergenza televisiva e mediatica che anziché denunciare i dati incredibili ma veri, ha tratteggiato una realtà credibile ma falsa. Anziché mobilitare esercito e Polizia contro i criminali del traffico dei rifiuti, li ha dirottati contro chi manifestava per il diritto alla salute.
Qualche esempio? Il vicepresidente della Camera Enrico Letta ha dichiarato nell’ultima puntata di Ballarò: “La prima responsabilità di questo degrado è che in Campania non sono stati fatti i termovalorizzatori… ora quello di Acerra è al 92% della realizzazione e sarà lo sblocco della situazione: perciò i comitati di cittadini che vi si oppongono hanno grosse responsabilità”. Affermazione credibile ma falsa: la costruzione dell’inceneritore di Acerra è stata bloccata dalla magistratura e a parte la polemica in corso sulla tecnologia adottata – perché scientificamente ritenuta dannosa e inquinante - anche se oggi funzionasse, non potrebbe bruciare le migliaia di tonnellate di “ecoballe” ammonticchiate da anni nelle discariche perchè non sono “ecoballe” ma balle putride, frutto di una raccolta indifferenziata e in parte contaminata dai rifiuti tossici. E lo stesso vale per il futuro: trattandosi dell’impianto in costruzione più grande d’Europa che dovrà bruciare una quantità immensa di rifiuti, la gente vorrebbe avere innanzitutto la garanzia che il combustibile sia frutto di una raccolta non solo differenziata, ma soprattutto incontaminata e controllata. Hanno diritto i cittadini di Acerra e dintorni, di chiedere queste garanzie, visto che l’impianto sorge proprio nel triangolo dei veleni Nola-Acerra-Marigliano dove la terra e le falde sono talmente inquinate che avrebbero bisogno di immediata bonifica? E visto che è proprio in questa zona che è stato rilevato il maggiore aumento della mortalità per tumore? Oppure, considerando che in questi 14 anni né il governo locale, né quello nazionale sono stati in grado di dare queste garanzie, hanno perso il diritto costituzionale alla salute e debbono mettersi in fila in silenzio, come nei campi di concentramento, circondati da esercito e Polizia, continuando a morire e a vivere nel degrado senza disturbare l’ordine pubblico e gli addetti ai lavori?
Stessa immagine, credibile ma falsa, vale per Pianura. Chi è stato in questi giorni davanti al televisore ha capito che cos’è Pianura, quanta gente vi abita, qual è la sua storia? Penso di no. Gli italiani hanno visto Pianura solo come il luogo degli scontri fra manifestanti non meglio identificati e polizia davanti a cassonetti e camion accesi.
Pochi, dunque, sanno che gli abitanti di Pianura – un quartiere di 50.000 abitanti in pieno centro di Napoli e non una zona disabitata e lontana - per 40 anni hanno sopportato in silenzio gli odori e il degrado della discarica di contrada Pisani in cambio di una promessa da parte dello Stato: che dopo 40 anni finalmente quel mostro sarebbe stato chiuso, che i figli e i nipoti non avrebbero dovuto subire lo sconcio dei padri, che il quartiere sarebbe stato risanato – e il risanamento come vedete nelle foto era iniziato – che l’oasi naturale del cratere degli Astroni adiacente alla discarica (affidata al WWF e miracolosamente intatta) sarebbe stata valorizzata, che su quella ex discarica bonificata sarebbe stato costruito un campo da golf.




(il bosco del cratere degli Astroni oasi del WWF)
Ebbene, dopo che i cittadini hanno creduto allo Stato, hanno investito i loro soldi, comprato le case, avviato attività in sintonia con la nuova dimensione ambientale come strutture per lo sport, il tempo libero e l’equitazione, arriva il Governo italiano e dice “alt: non se ne fa più niente, si torna nella merda come prima”. E pretende di riaprire una discarica che oggi è come scoperchiare una grande bara con il cadavere ancora in putrefazione. Voi che cosa avreste fatto? Probabilmente quello che hanno fatto loro: avreste difeso il vostro territorio, il vostro futuro, la vostra salute. Ma il corteo di oltre 20.000 persone che ha sfilato pacificamente per il centro di Napoli – da piazza del Gesù fino a Santa Lucia – arrivato sotto il palazzo del Governo ha trovato luci spente e porte chiuse e non ha avuto sulla stampa il risalto che hanno meritato le immagini dei cassonetti accesi dai cittadini più incazzati: così apparentemente solo contro i rivoltosi - ma di fatto contro tutti - è sbarcato l’esercito.
L’EMERGENZA CHE DEVE DURARE IN ETERNO
E in questo bailamme disinformativo la raccolta differenziata – l’unica vera soluzione – viene presentata come un sogno quasi impossibile a causa del sottosviluppo e della scarsa cultura dei napoletani. Anche se – incredibile ma vero – in Campania già si fa, e dove si fa funziona alla grande. Guardate queste foto: le ha fatte un 30enne del posto, Enzo Scotto: mostrano due paesi confinanti, Monte di Procida e Bacoli. Dove il marciapiede è pulito siamo nel Comune di Monte di Procida in cui si fa la raccolta differenziata porta a porta; laddove si accumula l’immondizia, invece, siamo a Bacoli dove la raccolta differenziata non si fa.


E lo stesso vale per altri Comuni: a San Giorgio del Sannio, per esempio, la differenziata si fa e la cittadina è pulitissima, mentre a pochi chilometri di distanza, a Benevento, non si fa e la città è sommersa dai rifiuti. Che significa? Che nessun essere umano di buon senso, per quanto ignorante e sottosviluppato, ha piacere di vivere nell’immondizia se gli viene fornita un’alternativa valida.
Solo che la differenziata, proprio perché consente di tenere meglio sotto controllo il ciclo, la quantità e la qualità della spazzatura, è un ostacolo al business illecito dell’immondizia.
Sta di fatto che in Campania – dove si alternano da 14 anni commissari di Governo per i rifiuti – nessuno di quelli che si sono succeduti ha avviato il “ciclo virtuoso dei rifiuti” con la differenziata, preferendo individuare discariche dove - prima, dopo o insieme ai rifiuti solidi - vengono spesso illecitamente sversati i tossici. E anche adesso si continuano a ricercare siti per discariche, per collocare ogni tipo di rifiuto in attesa di qualcosa che dovrà accadere.
Risultato: aumentano le problematiche per le bonifiche delle discariche, ma aumenta anche il giro di consulenze e di affari per trovare nuovi siti e soluzioni. Così l’emergenza in Campania ha assunto i caratteri della normalità: perché ha fatto proliferare società che tendono a consolidarsi; ha creato burocrazie, consulenti, parassiti che hanno addirittura modificato il proprio status sociale per veri e propri processi di arricchimento. Un mare di soldi ha ingrassato la criminalità ed ha aperto nuovi orizzonti per guadagni illeciti. Carriere politiche crescono, il confronto democratico è inesistente, le collusioni sono chiare: la magistratura, infatti, in ogni inchiesta, continua a individuare nel malaffare il coinvolgimento di amministratori, politici, imprenditori, burocrati, soggetti appartenenti a organi di controllo. Un vero e proprio cancro diffuso in organismi dello Stato. E quest’ultima emergenza sarà una nuova, ricca, grande abbuffata da spartire, come sempre, con gli strumenti eccezionali dell’emergenza: cioè, niente gare d’appalto trasparenti, ma tutto in concessione e a trattativa privata.
Che cosa si può fare, allora, per salvare la Campania che sembra destinata a rimanere la discarica d’Italia e d’Europa?
Provare a dare voce alla Napoli pulita che lavora, studia, propone e che ha incrinato il muro di silenzio costruito dagli stessi organi di informazione, che ha contribuito ad aprire gli occhi ai cittadini, ha denunciato alla magistratura il commissario di governo per “disastro ambientale colposo” e rivolto un appello all’Europa attraverso la stampa estera. Si tratta dei cittadini che fanno capo alle Assise della città di Napoli e del Mezzogiorno d’Italia meglio note come le Assise di Palazzo Marigliano: il palazzo dove si riuniscono ogni domenica mattina (vedi “Che cosa sono le Assise” in “Documentazione e video”). Oltre a un sito e a un bollettino dove da 2 anni, con il supporto di una poderosa documentazione, viene denunciato il vero problema rifiuti, l’Assise ha deciso di aprire un dialogo più diretto con i cittadini e di diffondere parte di questa documentazione anche attraverso il blog che riporta “la verità delle contrade”: laveritadellecontrade.wordpress.com. Una verità spesso diversa da quella ufficiale, che tocca aree “marginali” del territorio, ma dove sono conservati beni preziosi – boschi, falde, fiumi – minacciati dall’abusivismo, dal traffico dei rifiuti e dall’inquinamento.
31 Dicembre 2007
A proposito di… MORTI BIANCHE
E’ l’ultimo giorno di un anno terribile. Ma non solo per me, per i parenti e per gli amici di Paola. Sicuramente è stato un anno terribile anche per i familiari e gli amici di tutte quelle vite perdute per noncuranza, menefreghismo, ottusa ignoranza e interessi più forti di qualunque ragione. Le “morti bianche”, appunto, negli ultimi tempi divenute tema di “attualità”.
Nessuna morte è accettabile per chi resta. Ma fa rabbia vedere morire qualcuno perché uomini stupidi e avidi hanno impedito che venissero rispettate quelle norme e adottati quei sistemi di sicurezza che altri uomini, intelligenti e lungimiranti, hanno pensato proprio per salvare vite umane. Perché si tratta di morti che – come quella di Paola - si potevano evitare, ma che nessuno ha voluto evitare. Di morti cretine perché provocate da cretini assassini, incapaci di guardare in lontananza, oltre il buco del proprio ombelico, il mondo che stanno preparando ai propri figli. Uomini mediocri che pur di avere una poltrona, uno scranno o uno strapuntino nel palazzo – ma anche nel sottoscala o nella portineria - del potere, si vendono senza dignità.
E che cosa possiamo fare noi feriti dalle “morti bianche” contro il loro vacuo bla-bla sulla sicurezza? Otturarci le orecchie per non sentirli, prenderne le distanze e continuare a testimoniare: come stanno facendo coraggiosamente tanti “amici di Paola” con le denunce che alimentano questo blog mantenendo viva, così, sia la propria coscienza, sia il ricordo di Paola e di quanti, percorrendo la stessa strada, ora stanno lassù accanto a lei. E questo pensiero mi conforta.
Non penso, infatti, che per alleviare lo strazio di una vita perduta sia meglio chiudersi nel proprio dolore ritenendolo unico. Al contrario. Spero che noi rimasti quaggiù possiamo ritrovarci vicini non solo nella preghiera ma anche nella denuncia: per dare un senso alla morte dei nostri cari evitando che altri facciano la stessa fine. Questo è l’unico augurio che oggi mi sento di esprimere per gli anni che seguiranno il terribile 2007.

21 Settembre 2007
A proposito di… Scalfari, Grillo e la morte di Paola
Come sa chi frequenta questo blog, oltre a essere la sorella di Paola Romano morta l’11 agosto nell’aliscafo schiantatosi all’ingresso del porto di Trapani, io sono anche una giornalista. Perciò il giorno dopo la morte di mia sorella ho aperto un blog su internet: non solo per creare un contatto fra quanti volevano ricordarla, ma per scoprire la verità sull’incidente e accertare le responsabilità di chi avrebbe dovuto garantire la sicurezza in mare ma non l’aveva fatto.
Ebbene, proprio per la stima che ho per Scalfari e per quello che rappresenta – un intellettuale, un grande giornalista, un uomo libero - sento doverosa una riflessione sui suoi articoli in merito al blog di Beppe Grillo (in particolare, quello uscito il 12 settembre sulla Repubblica dal titolo “L’invasione barbarica di Grillo”) non tanto per entrare nel merito del “come” Grillo ha utilizzato questo strumento, ma per motivare come mai una giornalista - un mese prima del famoso “Vday” del comico genovese e della polemica che ha innescato - abbia scelto le opportunità offerte da internet anziché i sistemi tradizionali del mestiere per fare del giornalismo d’inchiesta. Un’inchiesta che, in questo caso, dovrebbe avere lo scopo di cercare quella verità utile a evitare altri tragici incidenti in mare.
E questa “verità” - come ho già scritto nel “perché questo blog” - è più semplice da individuare di quanto non si creda, purchè vi siano almeno alcuni presupposti. Primo: la voglia di cercarla. E certamente io e gli “amici di Paola” abbiamo più voglia di scoprirla di coloro che dovrebbero garantire la sicurezza in mare ma che, forse corresponsabili della morte di mia sorella, potrebbero essere chiamati in giudizio per concorso di colpa in omicidio colposo.
Secondo: perché ho fiducia nell’analisi scientifica e nella tecnologia. Come ha scritto, infatti, un noto scienziato napoletano, oggi nessuno crede nella verità scientifica come “verità assoluta”, ma non crede neanche nella verità come un dato statistico, che è il tipo di “verità” del politico. Vale a dire che se un partito o una giunta di maggioranza afferma che le foglie di un albero sono blu e un gruppo minoritario afferma che sono verdi, la verità scientifica è dalla parte della minoranza e questa è sempre dimostrabile. E oggi la gente – proprio grazie a Internet e a strumenti come i blog – a differenza del passato lo sa.
Chi non l’ha capito, invece, è la maggior parte dei politici che arroccati in una concezione della verità ottusa, antiquata, contraria al progresso e incomprensibile per i Paesi avanzati, non vogliono “scoprire” verità, ma “dare” verità delle quali si credono gli unici depositari. Operazione impossibile, velleitaria. Perché ormai la verità “politica” – sempre più frutto di compromessi e contraria alle innovazioni che offre la scienza - convince poco e diventa difficilmente sostenibile. Risultato: è sempre più difficile far credere ai cittadini che le foglie degli alberi sono blu perché i cittadini – anche grazie a internet – sanno che la scienza è perfettamente in grado di risolvere il problema della sicurezza in mare, dell’abusivismo edilizio, dell’energia o dei rifiuti in Campania. E la prova che lo sanno è data anche dal proliferare di associazioni e comitati che contestano le decisioni prese in Parlamento contro l’interesse pubblico, l’ambiente e le opportunità offerte dall’innovazione tecnologica.
Questo aumento di consapevolezza, dunque, riduce gli spazi di mediazione della politica. E la “casta degli intoccabili”, indispettita ma ancora troppo occupata a difendere i propri privilegi, anzichè analizzare a fondo il problema, continua a non volere affrontare la realtà. Come dimostra la “vicenda-Grillo”: dove ha confuso la malattia con il sintomo. La malattia: cioè, la crisi di rappresentatività della politica nella quale il cittadino non si riconosce più; con il sintomo: il dialogo nella rete, lo sfogo della gente attraverso i blog. E’ sui motivi della crisi di rappresentatività, dunque, che bisognerebbe interrogarsi prima che sulla risposta del cittadino: stufo, tra l’altro, di essere trattato da suddito ignorante da chi – considerata l’età avanzata dei parlamentari italiani – difficilmente intuisce le potenzialità e gli aspetti rivoluzionari dei moderni mezzi di comunicazione.
Il blog, infatti, non ha niente a che vedere con l’antica “piazza” o l’”agorà” alle quali Scalfari lo paragona: perché in passato i vari Masaniello o Savonarola parlavano a un popolo privo di strumenti per controbattere, mentre il pubblico dei blog è fatto di gente preparata, concettualmente pronta a sapere di tutto e di più, capace con un “clic” di ampliare le possibilità di ricerca. Il blog, dunque, non è un luogo dove c’è un “padrone di casa che guida e domina l’assemblea”; né, in quanto “governo assembleare, è l’anticamera della dittatura” come ha detto il fondatore di Repubblica: al contrario. Per i cittadini stanchi di precarietà e ingiustizie, il dialogo attraverso il blog è la risposta civile di chi non vuole ricorrere alle armi perché ancora convinto che la vera arma della democrazia sia la parola. Il blog, insomma, non è l’anticamera della dittatura perché solo le idee portanti, solo quelle più convincenti vi dominano, e non un “capo” inteso in senso tradizionale: sia esso capo politico, sindacale, o direttore di giornale.
Ed è proprio per questo che come giornalista in passato impegnata sui temi della giustizia e della verità – come sanno bene da Giorgio Bocca a Lamberto Sechi, da Vittorio Emiliani a Vittorio Feltri, da Corrado Augias, a Michele Santoro, all’avvocato Gerardo Marotta compagno e supporto (con il suo Istituto di Studi Filosofici ) di tante battaglie - ho preferito il blog agli spazi tradizionali per portare avanti la mia “scomoda” inchiesta.
Perché, come dice David Grossman citato da Scalfari nel suo articolo, i mass media - giornali compresi – sono sempre più il luogo dove viene plasmato “l’uomo massa”. Il luogo in cui “rinunciamo a pensare, a elaborare le cose secondo un nostro lessico e accettiamo automaticamente e senza critiche espressioni terminologiche e un linguaggio dettatoci da altri… è questo il messaggio dei mass media: un ricambio rapido, tanto che talvolta sembra che non siano le informazioni ad essere significative ma il ritmo con cui si susseguono, la cadenza nevrotica, avida, commerciale, seduttrice che creano. Secondo lo spirito del tempo il messaggio è lo zapping”. Il contrario, dunque, del “clic” su Internet che apre liberamente, autonomamente finestre sul mondo. Ed è qui che un grande ma anziano saggio come Scalfari è incorso nell’errore: quello di paragonare il blog ai mass media. L’errore che può compiere solo chi non ha dimestichezza con un mezzo come il blog che, invece, è proprio la liberazione dai media e da chi li controlla. L’errore compiuto anche da quella fetta di politici, intellettuali, manager in buona fede ma poco abituati a navigare su internet.
Perciò, come giornalista d’inchiesta - che con l’avvento della televisione commerciale e la concentrazione della pubblicità in poche mani avevo dovuto accantonare questo aspetto della mia professione - ho aperto un blog sulla morte di Paola.
Perché è uno spazio libero da condizionamenti; dove non debbo sentirmi dire che ciò che sto scoprendo sulla morte di mia sorella ormai non fa più notizia; dove quotidianamente entro in contatto con persone e ricevo informazioni che non sarei mai riuscita a ottenere e grazie alle quali sto scoprendo verità insospettabili e per molti versi raccapriccianti. Un luogo, insomma, dove posso dialogare con gente che, come me, è interessata a scoprire se - grazie alle conoscenze esistenti in tema di sicurezza - la morte di Paola si poteva evitare. Per evitarne altre.
Io questa la chiamo libertà di informazione, esercizio della democrazia e fare il proprio dovere di giornalista sfruttando una tecnologia più efficace di quella tradizionale sempre più spesso asservita agli interessi della politica e della pubblicità: e Lei Direttore Scalfari?
Concordo pienamente con quanto è scritto nel “Silenzio degli innocenti” . E’ arrivato il momento per tutta la cosidetta società civile della Campania di fare autoanalisi, aprire la bocca e uscire dal torpore in cui sembra immersa da anni. Credo che ciascuno di noi, ognuno al proprio livello, sia responsabile di ciò che sta accadendo a Napoli e nella nostra regione. Purtroppo noi campani ( forse sarebbe meglio dire noi italiani?) al di là delle nostre innegabili doti, dobbiamo anche riconoscere con onestà, che nei confronti del vivere comune, il più delle volte siamo negligenti, indifferenti, sciattoni, pressapochisti, individualisti, maligni, criticoni, distruttivi e soprattutto incapaci di lavorare insieme per la realizzazione di sani e validi progetti comuni. Le idee ci sono, nascono le buone iniziative, ma poi tutto si logora e si disperde. Manca la perseveranza e la disciplina. Insomma, il più delle volte prevale il nostro “ego” e il nostro smisurato desiderio di protagonismo e di potere. Ormai siamo nel caos. Siamo nella “torre di Babele”. Le lingue si sono confuse. Forse è giunto finalmente il tempo per un salto di qualità delle nostre coscienze. Forse dovremmo divenire capaci di scorgere accanto alle nostre qualità, anche i nostri limiti. Forse, invece di criticare sempre, dovremmo imparare a tacere ed ascoltare umilmente chi magari ha qualcosa di valido da dire, da proporre, e da costruire. Solo così riusciremmo a cooperare e a realizzare insieme qualcosa di buono e di utile. Siamo tutti chiamati a fare un attento autoesame di coscienza, tutti, nessuno escluso. Non solo noi napoletani, ma tutti gli italiani. Se è vero che in Campania si è manifestato il sintomo della malattia, il morbo non è circoscritto, ma purtroppo è molto diffuso. Se non impariamo a guardare noi stessi con onestà, se non adottiamo i giusti rimedi, non riusciremo a realizzare quel profondo mutamento etico e spirituale tanto necessario per rendere il nostro vivere pienamente “umano”.