4 luglio 2011
La tragedia di Paola
diventa un giallo giudiziario
All’inizio non mi sono preoccupata del risarcimento per la morte di Paola, perchè mi sembrava una cosa scontata. Ho cominciato a occuparmene solo quando ho avuto la chiara sensazione che la Siremar-Tirrenia non aveva intenzione di risarcirmi in maniera adeguata. Quando ho intuito, cioè, che stava estenuandomi psicologicamente facendomi perdere tempo e soldi tra cavilli giuridici e improbabili articoli di legge, per offrirmi alla fine un’elemosina di risarcimento: forse ritenendo che – a quel punto – avrei accettato.
Così la tragedia finisce nelle aule di tribunale: dove non avrei mai pensato di dovermi battere per difendere il diritto al risarcimento di mia sorella morta e per contrastare la cinica strategia messa in atto dalla Siremar pur di “risparmiare”.
Una strategia ancora in atto che sfrutta a proprio vantaggio alcune ambigue norme della legislazione del settore navale nate per favorire più la lobbie degli armatori che i diritti dei consumatori: fra queste, la mancanza di assicurazione obbligatoria per i mezzi al di sopra delle 25 tonnellate e la mancanza di azione diretta per ottenere il risarcimento gettano letteralmente il danneggiato nelle mani di chi lo deve risarcire.
Per esempio, nel caso di incidente stradale – dove l’assicurazione è obbligatoria e l’azione per il risarcimento del danno è diretta - basta fare la denuncia del sinistro direttamente all’assicurazione perché questa avvii la pratica e, dopo avere effettuato le opportune valutazioni, liquidi il danneggiato: il tutto senza nessun bisogno di ricorrere a intermediari, giudici e avvocati per vedere il proprio diritto riconosciuto.
Nel nostro caso, invece, non abbiamo mai potuto trattare il risarcimento direttamente con la Siremar, né con i suoi assicuratori, ma solo con uno studio legale di Genova: lo studio Garbarino-Vergani qualificatosi come quello che agiva in nome e per conto sia della Siremar che dei suoi assicuratori. Ma fino ad oggi non siamo mai riusciti a capire, quando parla a nome della compagnia di navigazione e quando a nome della compagnia di assicurazione: il che inevitabilmente crea un conflitto di ruoli e di interessi che, come si vedrà in seguito, finisce per avvantaggiare più chi “deve risarcire” che chi “deve essere risarcito”.
E mentre nel settore stradale, l’assicurazione paga anche se il proprietario dell’auto è un nullatenente o è in fallimento, e paga senza aspettare che il proprietario decida se risarcire o meno il danneggiato, questo non accade nel settore navale perchè – non essendo prevista l’azione diretta sull’assicurazione per attivare il risarcimento - il danneggiato deve sperare che l’armatore solleciti l’assicuratore a pagarlo e che abbia stipulato con la compagnia assicurativa un contratto che lo tuteli. Ma se l’armatore non vuole farlo spontaneamente, il danneggiato deve ricorrere a giudici e tribunali per far valere i propri diritti rischiando, così, anche di non essere risarcito o di essere liquidato con pochi spiccioli: come nel mio caso.
… E io non ti pago
Questo non significa, ovviamente, che tutti gli armatori cerchino di eludere le proprie responsabilità : ma se qualcuno vuole provarci, può riuscirci approfittando delle norme che favoriscono i vettori navali rispetto agli altri vettori. Com’è accaduto per la morte di Paola.
Tornando al giallo giudiziario, dunque, per quasi 2 anni dalla morte di mia sorella, i legali dello studio Garbarino-Vergani qualificatisi fin dalla prima lettera come coloro che agivano “in nome e per conto della Siremar Tirrenia e dei suoi assicurati” hanno garantito a parole “la massima disponibilità dei loro mandanti a considerare nel dettaglio la richiesta risarcitoria” chiedendoci anche la documentazione necessaria al risarcimento.
Ma agli inizi del 2009 ecco il primo colpo di scena. Lo studio Garbarino-Vergani comunica che l’iter del risarcimento così come avviato fino a quel momento deve essere interrotto perché la Siremar intende “limitare il nostro diritto al risarcimento” e per farlo ha invocato una procedura del codice della navigazione detta “limitazione del debito armatoriale”. Che significa?
Paola come un carico di banane
Al di là dei dettagli legali – ovviamente più complessi, riportati nella pagina “Documentazione e video” – questo è il succo della questione.
“Limitazione del debito armatoriale” come suggerisce tale definizione, significa che l’armatore che deve pagare un creditore, chiede di limitare il suo debito e di pagare di meno del dovuto: cioè, di “risparmiare”. In base a quale norma? A un vecchio articolo del codice della navigazione nato per i piccoli armatori e non per i proprietari delle navi o delle flotte. Piccoli armatori, che non avendo imbarcazioni di proprietà, magari noleggiavano un’imbarcazione solo per trasportare un carico di banane e che, finiti in una tempesta o attaccati dai pirati o per una collisione, perdevano tutto. A quel punto, se avessero dovuto risarcire l’intero valore del mezzo e del carico si sarebbero rovinati per tutta la vita. Perciò questo articolo del codice della navigazione prevedeva di “limitare il debito” consentendo loro di “pagare meno” del reale valore delle merci e della nave.
Ma mia sorella non è una carico di banane perso in un naufragio !
Paola è un passeggero e il suo risarcimento non può essere trattato in base ad un vecchio articolo del codice della navigazione che regolamenta il danno alle cose, ma dalla normativa che regolamenta il danno alle persone e che difende i diritti del passeggero-consumatore e che non consente limitazione al diritto ad essere risarcito.
Inoltre, la “limitazione del debito armatoriale” può essere invocata, appunto, solo dal piccolo armatore ma non dal proprietario dell’imbarcazione: com’è la Siremar-Tirrenia, proprietaria non solo del Giorgione ma di un’intera flotta.
Questi alcuni dei motivi per i quali la Siremar non poteva ricorrere alla “limitazione del debito armatoriale” e in base ai quali ci siamo opposti – e abbiamo ottenuto la sospensione della procedura – sollevando anche una questione di LEGITTIMITA’ COSTITUZIONALE.
Qualsiasi legge, infatti, per essere applicata non deve essere in contrasto con i principi della nostra Costituzione: primo fra tutti il principio di uguaglianza sancito dall’articolo 3. Perciò tale procedura è inapplicabile: perchè privilegiando il vettore navale rispetto a tutti gli altri vettori – tenuti a risarcire integralmente i passeggeri danneggiati, anche nel caso in cui il danno sia stato provocato da dolo o colpa grave dei propri dipendenti – consentirebbe solo alle compagnie di navigazione, in caso di incidenti, di rifiutarsi di risarcire in misura congrua i passeggeri feriti o deceduti.
Perché, dunque, la Siremar ha tentato di sfruttare questo articolo del codice della navigazione che, in realtà, non poteva utilizzare? La risposta è semplice: per “risparmiare”.
Cioè, la Siremar-Tirrenia cui noi contribuenti abbiamo versato circa 170 milioni di euro all’anno per colmare sprechi, decide di risparmiare proprio sulla pelle di mia sorella. E lo fa mettendo in atto un’iniziativa giudiziaria che non sta in piedi ma che consente alla compagnia pubblica di fare un’offerta-capestro che ci pone di fronte a una penosa scelta: accettare pochi soldi maledetti e subito, o far valere le nostre ragioni in tribunale, con tutto lo spreco di tempo, denaro e stress che questo ci comporta. Alla luce della “limitazione del debito armatoriale”, infatti, la cifra disponibile erano solo 80.000 euro da spartire tra tutti i creditori di quel maledetto viaggio: da chi vantava un credito per il recupero del Giorgione affondato nel porto di Trapani, a mia sorella morta.
Che sconto! Bel colpo… di Stato!
Perciò, nonostante tutto, ho scelto la seconda ipotesi: far valere le mie ragioni in Tribunale dove ho vinto il primo round. Il giudice Fabio Di Pisa del Tribunale di Palermo, ritenendo valide le nostre obiezioni, ha bloccato, infatti, la procedura di “limitazione del debito armatoriale” che così non può più essere invocata.
Ma io ho scelto la seconda strada innanzitutto perché con i soldi del risarcimento voglio onorare la memoria di Paola continuando la sua opera in favore dei bambini indiani e delle Canossiane a Mumbay: e perciò non sono disposta a fare sconti. E poi perché, posso permettermi di pagare un prezzo per sostenere una giusta causa, per fare valere i miei diritti, per non accettare proposte di indennizzo indecenti: ma un poveraccio che non ha i soldi e la forza per resistere al sopruso, come fa? Ebbene, io sto facendo questa battaglia anche per lui.
Una battaglia che non è finita, combattuta dai miei avversari senza esclusione di colpi non sempre “corretti”. Il tentativo di non riconoscerci il giusto risarcimento, infatti, bloccato dalla porta, si ripresenta dalla finestra: questa volta nei panni del commissario della Tirrenia Giancarlo D’Andrea. …
( fine 1° puntata )
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22 Luglio 2011
Il naufragio annunciato
della flotta Tirrenia
( 2° puntata )
E’ il 12 agosto 2010 quando il Tribunale di Roma dichiara l’insolvenza del gruppo Tirrenia per irreversibile crisi finanziaria. E vengono fuori i numeri del disastro economico: “Super-stipendi e sprechi: il naufragio annunciato dei traghetti della Tirrenia… – titola Repubblica – Così la compagnia pubblica ha bruciato 3 miliardi”. Di fronte a tanti soldi andati in fumo, il mancato risarcimento per la morte di Paola ha il sapore di una beffa.
Una beffa da fronteggiare con un aggravio di oneri e di senso di impotenza: perché finita la Tirrenia in amministrazione straordinaria, tutti i nostri procedimenti per il risarcimento già avanzati presso il Tribunale di Trapani e di Palermo, ora devono essere presentate anche presso il Tribunale fallimentare di Roma e al commissario straordinario della Tirrenia Giancarlo D’Andrea (come risulta dalla documentazione legale riportata nella pagina “Documentazione e video”). E proprio a D’Andrea, ad agosto 2010, nel terzo anniversario della morte di Paola, lancio dal blog un appello ripreso da diversi media: “Considerando i milioni di euro che lo Stato ha versato ogni anno al gruppo Tirrenia per ripianarne i bilanci, ciò che più lascia allibiti è che una compagnia di Stato che trasporta milioni di persone decida di “risparmiare” sul risarcimento a un passeggero morto. O più esattamente, decida di far risparmiare la compagnia di assicurazione la quale, non pagando, è quella che maggiormente beneficia di questa situazione. Come mai? Forse il neo commissario della Tirrenia, Giancarlo D’Andrea riuscirà a trovare una risposta a questo interrogativo e grazie ai poteri che il Governo gli ha concesso, riuscirà anche a evitare che i furbi la facciano franca e che a pagare siano sempre i più deboli”.
Ma un nuovo colpo di scena fa subito piazza pulita di questa mia ingenuità.
Dopo avere presentato al Tribunale Fallimentare di Roma tutta la documentazione che ci riguarda per chiedere di essere iscritti come creditori privilegiati nell’elenco dei creditori Tirrenia e, di conseguenza, essere risarciti dagli assicuratori, arriva la risposta… e altro che privilegiati: non veniamo ammessi neanche come creditori! Il commissario D’Andrea propone, infatti, al Tribunale di escluderci dall’elenco adducendo due motivazioni talmente infondate che, leggendole, la prima reazione è di vivere in un incubo
Ma non è un incubo notturno
Ecco come l’1 aprile 2011, in sole 6 righe, il Tribunale romano, sulla base delle dichiarazioni non veritiere rilasciate dal commissario della Tirrenia D’Andrea, nega il diritto a mia madre e a me, in quanto eredi di Paola Romano, di accedere alla possibilità di risarcimento insinuandoci nella procedura fallimentare:
VISTA LA DOMANDA, VISTA LA DOCUMENTAZIONE ALLEGATA, RITENUTO CHE LA SENTENZA 14/08 DEL TRIBUNALE DI TRAPANI HA RITENUTO RESPONSABILE IL SIGNOR MARIO SCADUTO, RILEVATO CHE NESSUNA AZIONE RISARCITORIA RISULTA PROMOSSA NEI CONFRONTI DELLA SIREMAR, SI ESCLUDA PER MANCANZA DI PROVA IN ORDINE ALL’ESISTENZA DEL CREDITO E ALLA SUA QUANTIFICAZIONE
Sì, il commissario ha scritto proprio così: avendo “il Tribunale Penale di Trapani ritenuto responsabile il signor Mario Scaduto” dell’incidente occorso all’aliscafo, la Siremar-Tirrenia non c’entra con il risarcimento al passeggero morto. Ma il commissario dimentica una parola fondamentale nell’indicare il responsabile dell’incidente: la parola “comandante” senza la quale il “signor Scaduto” può sembrare un passeggero qualunque che, afferrato il timone dell’aliscafo, va a sbattere contro la scogliera. Egli, invece, è il “comandante Scaduto” dipendente della Siremar-Tirrenia che, in quanto suo datore di lavoro, in base alle leggi italiane è responsabile civilmente di tutti gli atti anche dolosi compiuti da un proprio dipendente. Un’incredibile dimenticanza questa del commissario: perché sembra ricalcare l’insostenibile linea difensiva della Siremar-Tirrenia per scaricarsi delle responsabilità civili e penali del disastro e per non risarcire – o risarcire solo in parte – le vittime di quanto dovuto.
Una strategia insostenibile… sostenuta da chi?
Una strategia insostenibile, dunque, sia perché – volendo paragonare questo caso a un aereo precipitato per errore di manovra – è come se la compagnia aerea dicesse agli eredi dei morti: “fatevi risarcire dal pilota!”; sia perché, nel caso della Siremar è maggiormente insostenibile perché i periti nominati dal Tribunale di Trapani, hanno ritenuto responsabile non solo il comandante ma anche la compagnia di navigazione nel determinare l’incidente.
Il commissario D’Andrea, dunque, nel fornire motivazioni parzialmente vere e omettendone altre, finisce per dare una quadro sostanzialmente falso della realtà. Un quadro che sembra ricalcare la strategia che mira a negarci il risarcimento portata avanti dalla Siremar-Tirrenia e dai suoi assicuratori: come mai? Il commissario nominato dallo Stato non dovrebbe avere un ruolo super partes?
Un interrogativo che diventa ancora più inquietante alla luce della seconda motivazione con la quale il commissario nega il diritto a noi eredi di Paola Romano di insinuarci nella procedura fallimentare: e cioè, che non abbiamo mai fatto domanda di risarcimento alla Siremar!
Ebbene, qui sembra di rivivere la trama del “Processo” di Kafka dove l’assurdità degli eventi diventa la vera protagonista della storia. Come può, infatti, il commissario affermare che non abbiamo mai chiesto il risarcimento alla Siremar se, dopo l’entrata della Siremar-Tirrenia in Amministrazione Straordinaria, tutti i procedimenti avviati in Sicilia sono stati riassunti e notificati al Commissario Straordinario che addirittura si è costituito in giudizio !? (come risulta dalla comparsa di costituzione e risposta pubblicata nella pagina “Documentazione e video”). Proprio questo documento di provenienza dello stesso commissario straordinario prova non solo che l’azione risarcitoria nei confronti della Siremar era già partita da tempo, ma che tale circostanza era ben nota a D’Andrea.
Come mai, allora, il commissario ha preso una simile svista? I suoi “errori”, però, a noi costano cari. Per contestare in tribunale le sue affermazioni infondate abbiamo dovuto presentare a maggio 2011 un ricorso alla sezione fallimentare del TRIBUNALE CIVILE DI ROMA che ci è costato, solo di bolli, 1.300 euro. A questi vanno aggiunte le spese per gli avvocati che dovranno difenderci a Roma e la snervante attesa dell’esito del ricorso la cui udienza è stata fissata per il 9 gennaio 2012. Perciò, siamo stati costretti a chiedere la condanna del Commissario Straordinario al rimborso delle spese legali cui ci ha costretto per opporci a questa ingiusta esclusione del nostro credito.
Ma il commissario si è reso conto che forse questi “errori” servono a qualcuno che sta manovrando nell’ombra e che egli rischia di essere coinvolto in un gioco che sta diventando pesante? Perché qui non si tratta di un qualsiasi controverso risarcimento per una passeggera morta: qui la vicenda sta prendendo una piega dai risvolti inquietanti.
Nella vicenda del risarcimento di Paola, infatti, non è mai stata intavolata una normale, corretta, trasparente trattativa entrando nel merito della nostra richiesta, magari per contestarla, per affrontarne alcuni aspetti, per discuterla con lo scopo di trovare un accordo sulla cifra finale. MAI! C’è stata inizialmente solo una trattativa formale, evidentemente fittizia, finalizzata a perdere tempo per preparare le “armi giudiziarie” utili a contrastare il nostro diritto al risarcimento.
Ebbene, lo sa il commissario che con un’insolita tempestività, subito dopo il verdetto del 1 aprile del Tribunale di Roma – che, su sua indicazione, ci esclude dall’elenco dei creditori – ci è arrivata una nuova, inaccettabile proposta-capestro di “pochi soldi maledetti e subito” ancora più bassa di quella fatta nel 2009 quando venne sbandierato lo spauracchio della “limitazione del debito amatoriale”? Una proposta che siamo stati sollecitati ad accettare intimiditi da un nuovo spauracchio giudiziario: proprio l’esclusione dall’elenco dei creditori che ci avrebbe lasciato con un pungo di mosche in mano?
Una proposta indegna …. fatta da chi?
Una proposta indegna, dunque, non solo per la cifra offerta, ma per il modo in cui viene formulata e il contesto in cui viene calata. Può definirsi diversamente, infatti, l’atteggiamento della maggiore compagnia di navigazione pubblica italiana la quale, assicurata con uno dei più importanti fondi di assicurazioni navali con sede a Londra, pur avendo la possibilità di attivare un dignitoso risarcimento, decide di non farlo, preferendo utilizzare strumenti “legali” di pressione e dissuasione che convincano la vittima ad abbandonare incerte vie giudiziarie per accontentarsi di un immediato ma miserabile risarcimento? In altre parole, come può definirsi chi utilizza il proprio potere per tenere per anni un cittadino con le spalle al muro, in uno stato di frustrazione e intimidazione psicologica per gli abusi subiti, offrendogli alla fine una sorta di mancia in cambio di una vita perduta e della rinuncia a tutto quello per cui ha combattuto? La rinuncia, cioè, non solo al risarcimento cui ha diritto, ma a tutti i principi di giustizia e verità nei quali ha creduto e in nome dei quali per 4 anni si è difeso in tribunale da chi voleva calpestarli.
Di questa indegna proposta non fornirò copia in “Documentazione e video” per un semplice motivo: si tratta di una “riservata personale” arrivata al mio avvocato che, per rispetto della deontologia professionale, me ne ha riferito il contenuto senza consegnarmela.
Ma anch’io ho una deontologia professionale da rispettare: quella dell’ordine dei giornalisti professionisti cui sono iscritta, che ha sempre guidato le mie inchieste e che anima questo blog. E in nome del diritto di cronaca nessuno potrà impedirmi di divulgarla, se necessario, anche nelle sedi giudiziarie opportune se Paola non verrà giustamente risarcita e se una serie di interrogativi sollevati da questa vicenda non avranno risposta.
Perché sono interrogativi che coinvolgono tutti i passeggeri che navigano su aliscafi, traghetti e navi da crociera che battono bandiera italiana; interrogativi che riguardano modalità assicurative e risarcitorie che nel settore navale consentono al più forte di tenere in pugno il più debole e che vanno cambiate per tutelare il passeggero-consumatore; domande che, se non trovano risposta, diventano allarmanti: perché rivelano che in campo navale il caso di Paola non è un’eccezione ma un andazzo consentito da complicità tra assicuratori e assicurati a loro volta garantite da un’impunità inaccettabile in uno stato di Diritto.
Ecco perché – al di là del dato inoppugnabile della responsabilità civile della Siremar-Tirrenia per il risarcimento dei danni provocati nell’incidente da un suo dipendente – c’è da chiedersi quali siano le condizioni contrattuali per il risarcimento che la Siremar-Tirrenia ha stabilito con il suo assicuratore, chi le manovra e chi se ne avvantaggia al punto da consentire una situazione scandalosa che va ben oltre il “negoziabile” permesso a una compagnia di assicurazione e ben oltre la prassi – tipica di ogni assicuratore – di risparmiare il più possibile sul premio pattuito.
Anche perché qui l’assicuratore è un P&I club ( o Protection Indemnity club) con sede a Londra: cioè un’associazione di mutuo soccorso fra armatori nata proprio dall’esigenza di fronteggiare il rifiuto da parte delle assicurazioni tradizionali di coprire la responsabilità civile e i danni derivanti da ingenti disastri, altrimenti difficili da risarcire. Perciò ecco :
6 interrogativi in cerca di risposta
1) Le “inaccettabili” proposte risarcitorie avanzate dallo studio genovese Garbarino-Vergani “in nome e per conto della Siremar-Tirrenia e dei suoi assicuratori”, esattamente da chi sono state formulate: dagli assicuratori che fanno capo al P&I club inglese Charles Taylor & co. Ltd as managers? O dalla Siremar-Tirrenia che – attraverso la società Fintecna – fa capo al Ministero dell’Economia e delle Finanze e, quindi, allo Stato Italiano?
2) Nella prima ipotesi, come mai il P&I club Charles Taylor – la massima garanzia di risarcimento in campo assicurativo navale – avrebbe attivato una strategia che negando da 4 anni il risarcimento a un morto, discredita questa storica istituzione fra armatori? E’ la fine di un mito? O c’è qualcuno che ne utilizza nome e prestigio ad altri fini e a sua insaputa?
3) Sta di fatto che il mancato risarcimento per la morte di Paola Romano, in pratica sta favorendo proprio il P&I club evitandogli di pagare i danneggiati: quali sono, allora, gli elementi del contratto stabilito con la Siremar-Tirrenia che consentono al P&I di godere di questa favorevole condizione? In altre parole, poichè in genere l’assicurato dà all’assicuratore il mandato di gestire tutti gli aspetti legali di un sinistro, è possibile che il P&I – e per suo conto lo studio Garbarino-Vergani grazie al mandato ricevuto – possa determinare strategia e importi della nostra trattativa di risarcimento, al punto da limitare anche il diritto costituzionale a un equo risarcimento?
4) Nella seconda ipotesi, considerata l’esiguità del risarcimento richiesto dalla famiglia di Paola Romano rispetto alla portata economica sia della Tirrenia che del P&I club, perchè né la Siremar prima, nè il commissario poi, hanno provveduto a sollecitare il proprio assicuratore, rappresentato dallo studio Garbarino-Vergani, a liquidare il danno con un equo risarcimento?
5) E come mai il Ministero dell’Economia e delle Finanze – che ha nominato gli amministratori di ieri e il commissario di oggi – preferisce avallare un comportamento iniquo e anticostituzionale rifiutando il risarcimento a un piccolo creditore come noi eredi di Paola Romano, anziché intervenire attraverso la Fintecna affinché eserciti diritto di rivalsa dei danni sull’assicuratore? Forse in questo momento delicato in cui il Ministero sta per cedere la Tirrenia ai privati, sta cercando solo di scaricare sui creditori un mare di debiti che non vuole addossare agli armatori privati, ma che non vuole comunque pagare?
6) E per finire: lo studio Garbarino-Vergani che agisce “in nome e per conto della Siremar-Tirrenia e dei suoi assicuratori”, oggi è anche quello che, per conto del commissario, si sta opponendo in tribunale al nostro diritto al risarcimento: ovvero “difende” il commissario contro noi creditori. Ma come mai il commissario – cui è affidato un compito delicato, da affrontare con equilibrio ed equidistanza tenendo conto di tutti i diritti, compresi quelli dei creditori – ha confermato l’incarico ad uno studio legale oggettivamente portatore di un conflitto di interessi rispetto al ruolo super partes del commissariato? Anche se nella prassi assicurativa, infatti, è prevista la continuità del servizio da parte dello studio legale, non sarebbe stato comunque, opportuno da parte del commissario, approfondire le posizioni – prima di sposarle in tribunale – di chi ha rappresentato gli interessi e le strategie degli assicuratori e dei vecchi amministratori coinvolti nel fallimento?
Per rispondere a questi interrogativi sono stati invitati a partecipare alla trasmissione “Mi manda Rai 3” (riportata in Documentazione e video )tutti i protagonisti della vicenda qui citati: dai responsabili del commissariato straordinario a quelli del Ministero dell’Economia e delle Finanze, dallo studio Garbarino-Vergani alla Siremar-Tirrenia: ma nessuno ha avuto il coraggio di presentarsi in trasmissione. Come mai? Forse nessuno voleva rimetterci la faccia?
Dispiace pensare male… ma fino a quando mia sorella non otterrà il giusto risarcimento previsto dalla legge italiana e garantito dalla Costituzione, non si può pensare diversamente. E quello che è capitato a lei può capitare a chiunque… se non è, addirittura, già capitato a chi, purtroppo, non ha avuto neanche la possibilità di farlo sapere.
( fine 2° puntata )







