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Archive for ottobre 2007

Tra l’incudine e il martello

Sono passati quasi 3 mesi dalla maledetta sera del nove agosto. E tutto si è svolto come da rituale in Italia: grande clamore al momento del disastro, sdegno, stupore e titoli a tutta pagina che annunciavano l’apertura di inchieste: oltre a quella della magistratura, della Siremar e della Capitaneria di Porto di Trapani.
Ma il problema non è aprire un’inchiesta: è chiuderla. Anche se talvolta far passare il tempo – tanto tempo – non è un caso: è una precisa strategìa per stemperare lo sdegno, annacquare le responsabilità, rendere meno evidenti le prove, dirottare le indagini lontano dagli “intoccabili”. I quali, anche in questo caso, non mancano: la compagnia pubblica Tirrenia e la sua controllata Siremar, i sindacati, la Capitaneria attraverso i suoi vertici nei porti e al Ministero, tutti corresponsabili dell’incidente accaduto al “Giorgione”, insieme a chi con i nuovi lavori ha reso l’ingresso del porto di Trapani insicuro e a chi non ha provveduto a collaudare la segnaletica aumentando il pericolo. Ma nonostante queste e altre irresponsabili omissioni venute a galla attraverso il blog, l’indagato per omicidio colposo è sempre uno solo: il capitano Mario Scaduto che guidava il mezzo.
Fin dall’inizio, infatti – addirittura dalla notte stessa dell’incidente – è sembrato chiaro chi fosse l’unico responsabile: il comandante dell’aliscafo. La sua colpa: andava troppo veloce. Il reato: omicidio colposo dovuto a un probabile errore umano.
Unico dubbio sulla dinamica dell’incidente: quello insinuato dal comandante stesso su un guasto al timone e al regolatore della velocità dell’aliscafo. Dubbio difficile da fugare dopo due mesi passati dal “Giorgione” a mollo nel porto di Trapani dove la Siremar lo ha affondato nel disinteresse della Capitaneria.
In ogni caso tutti, fin dall’inizio, hanno puntato il dito sul fattore velocità: compresa la Siremar e la Capitaneria che hanno tirato fuori come multavelox il tracciato lasciato dall’aliscafo sul VTS. Senza valutare, però, che così facendo hanno lanciato un boomerang che può ritornare indietro con maggiore violenza.
La domanda fondamentale, infatti, diventa: ma perché il comandante di quell’aliscafo, con una carriera ventennale alle spalle, correva? E così, una domanda tira l’altra: perché metteva a repentaglio la sua vita, quella dell’equipaggio e di 181 passeggeri? Correva, insomma, di sua iniziativa o perché “non poteva fare altrimenti”? Ma soprattutto: la sua entrata in porto al di sopra della velocità consentita era “un’eccezione” o un andazzo divenuto regola anche in altri porti italiani, per fare più corse a svantaggio della sicurezza? E in questi casi, la Capitaneria che fa? E se correre diventa stressante e pericoloso – soprattutto d’estate quando la corsa è quasi ininterrotta da mattina a sera – il Comandante può rifiutarsi di farlo? Così come: può rifiutarsi di fare un numero di ore di lavoro giornaliero superiore a quelle consentite per legge, senza subire l’attacco congiunto dell’azienda e del sindacato? E se registra tutte le ore effettivamente prestate insieme al suo equipaggio, non rischia di venire richiamato dalla Capitaneria se ne ha fatte più di quanto concesso dalla legge?
Domande non casuali, ognuna delle quali ha una risposta, tutte concordanti, però, su un punto: il comandante di una nave è uno che sta tra l’incudine e il martello. E fino a quando sarà ricattabile, anche la sicurezza sarà solo di facciata.

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Chi ha ridotto così il “Giorgione”?

Mentre scrivo sono a Milano: l’11 ottobre, nella chiesa vicina alla casa dove viveva Paola, i suoi amici si sono riuniti per ricordarla.
Perciò, non ero a Trapani durante il recupero del Giorgione e non ho potuto vedere con i miei occhi l’aliscafo riemerso. Quello che ho visto dalle fotografie, però, è bastato a lasciarmi allibita: chi e quando ha ridotto l’aliscafo in quello stato?

Foto proveniente dal sito Siremar – per vedere l’immagine ingradita clicca qui

Per vedere l’immagine ingrandita clicca qui

Foto del recupero del Giorgione, per vedere l’immagine ingradita clicca qui

Se guardate infatti queste foto – soprattutto quelle del Giorgione prima dell’incidente tratte dal sito della Siremar, e quelle scattate dopo il recupero – salta subito agli occhi un fatto strano: oltre ai due buchi scuri nella fiancata anteriore destra dovuti al distacco dell’ala quando si è tentato di trainare l’aliscafo la notte dell’incidente, si vede anche un enorme squarcio sul tetto di poppa come se qualcosa, come un grosso pugno, l’avesse sfondato riducendolo a un mucchio di rottami. Com’è successo?
Qualcuno ha riferito che durante le operazioni di recupero da parte della Micoperi, per un errore nell’agganciamento delle fasce che lo collegavano alla gru, il mezzo era precipitato di nuovo in mare: e ribaltandosi nella caduta, era impattato con la poppa che si sarebbe squarciata. Episodio di cui non c’è traccia sulla stampa – che parla solo di un rinvio di 24 ore nelle operazione di recupero – ma che sembra poco plausibile.
Nelle foto, infatti, l’asse delle eliche è integro: se una cinghia avesse ceduto o l’aliscafo non fosse stato bene agganciato, invece, sarebbe dovuto ricadere proprio con la parte inferiore della poppa. Strano. Sta di fatto che le “voci di porto” ritengono poco attendibile l’ipotesi che il mezzo, cadendo, si sarebbe ribaltato: anche perché non trattandosi di una barchetta ma di un aliscafo lungo oltre una ventina di metri caduto dove il mare è profondo appena 7 metri, sembra difficile che abbia potuto ruotare sbattendo con la poppa a faccia in giù.
Quando è avvenuto, dunque, quello squarcio? Forse la notte stessa dell’incidente: quando è stato portato via frettolosamente dalla scogliera. O in seguito: quando la ditta Drepanum incaricata dalla Siremar, è andata con uno scafo Boston Wheeler e un piccolo pontone a recuperare l’ala rimasta incastrata sulla diga frangiflutti. In entrambi i casi, le due operazioni sono state dettate da un’urgenza della quale non c’è traccia scritta: non motivata, dunque, né dalle carte né dalla realtà dei fatti. A meno che il danno all’aliscafo non sia stato provocato mentre era sott’acqua per altri motivi, ancora ignoti. Spetterà ai periti nominati dalla Procura e a quelli della difesa del Comandante Scaduto, scoprirlo, spiegando anche che cosa può avere determinato lo stato in cui oggi si trova l’aliscafo che, chiaramente, non può dipendere dalla dinamica dell’incidente. In questa direzione, un provvedimento preso dalla Procura di Trapani, forse potrà aiutarli. Prima che il “Giorgione” fosse recuperato, infatti, i sommozzatori di Messina della Guardia Costiera hanno filmato sott’acqua l’intero scafo: e il procuratore Belvisi ha già richiesto il video, proprio per accertare le condizioni del relitto prima che il pontone della Micoperi lo riportasse in superficie. Filmati, prove, riscontri fondamentali. Comprese le fotografie del “Giorgione” che – come si legge sul La Sicilia (vedi Documentazione e video) – qualcuno della Capitaneria aveva inteso vietare, motivando tale divieto con disposizioni della magistratura. Che, invece, ha smentito di averlo dato.
E meno male: perché sono foto illuminanti di un recupero pieno di lati oscuri fin dalla notte in cui la Siremar lo ha avviato.

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Oggi sono 2 mesi dalla morte di Paola.

L’aliscafo Giorgione è stato recuperato ieri.

 

Per vedere l’immagine ingrandita clicca qui

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Parla il “Falco” della Procura di Trapani

“Il “Giorgione” una volta recuperato non andrà in custodia giudiziale presso i cantieri DREPANUM che avevano eseguito i lavori di manutenzione. Questa decisione è stata presa per motivi di opportunità a garanzia di tutte le parti coinvolte… come aveva evidenziato del resto anche lei sul suo blog!”.

Me lo ha detto stamattina il procuratore di Trapani Franco Belvisi che sta indagando sulle cause dell’incidente in cui è morta mia sorella. E che evidentemente è un visitatore del blog, anche se nel suo ruolo super partes di inquirente: “Certo che lo guardo! E ne valuto le segnalazioni come tutte le notizie che su un caso oggetto di indagine mi arrivano direttamente o indirettamente”, conferma Belvisi avvalorando, così, la fama che si è fatto negli ambienti giudiziari: quella di uno che, individuata una pista, la segue fino in fondo senza mollare la presa, anche a costo di apparire “cattivo”. Una fama che gli è valsa il soprannome di “falco”.

“Le posso assicurare che in Procura, indipendentemente dai contatti avviati dalla Siremar, ci siamo dati molto da fare per sollecitare la Micoperi – continua il procuratore – In particolare, la ditta di Ravenna, con la quale avevamo già contatti perché eravamo stati noi ad incaricarla del recupero del “Karol W.”, mi aveva promesso che il 23 agosto sarebbe arrivata a Trapani, dove avrebbe potuto effettuare entrambi i recuperi: per cui entro il 31 agosto il lavoro doveva ritenersi completato. Ma la promessa non è stata mantenuta. Perciò ho preteso dalla Micoperi, una volta arrivata in porto, che facesse prima il recupero del “Giorgione””.

Recupero ormai in corso: “E quando sarà terminato, ho disposto che l’aliscafo venga preso in custodia dai CNT o Cantieri Navali di Trapani, dotati di tutto lo spazio utile per ospitare il mezzo ed effettuare le perizie necessarie”, conclude Belvisi.

Almeno su questo le denunce partite dal blog e rilanciate da altri media (vedi Documentazione e video le ultimissime di ieri sul “Giornale di Sicilia” e su “Blogosfere“) hanno avuto una prima risposta.

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Il compleanno di Paola

Questo è il primo compleanno che Paola non può festeggiare. Ma non solo per questo è un compleanno da non dimenticare. Indimenticabile, infatti, è stato il modo in cui tutti quelli che le hanno voluto bene, ieri, in una chiesa che si affaccia sul golfo di Napoli, sono riusciti a ricordarla.
Ci sono fedeli che vanno regolarmente in chiesa, e persone per le quali la religione cattolica è una consuetudine “desueta”: io sono fra questi ultimi, Beppe il compagno di Paola – con il quale stiamo buttando giù questi pensieri – appartiene, invece, al primo gruppo. Ma il modo in cui il giovane e sensibile gesuita padre Giulio ha saputo riunire tutti, è stato esemplare di quella che dovrebbe essere la religione che predica l’accoglienza. Niente sermoni prolissi, niente rivelazioni date per scontate, nessuna cattedratica dottrina ecclesiastica imposta dal depositario della verità. Solo una calda accoglienza nella casa di Cristo dove ognuno si è sentito come a casa propria: ha potuto parlare e ricordare Paola; ha potuto piangere senza vergogna; ha potuto esprimere la sua ribellione verso Colui che l‘ha strappata alla vita terrena. Perché padre Giulio – seduto in una poltrona accanto all’altare come uno dei tanti venuti a ricordare Paola nel “salotto” della casa di Dio – è riuscito a suggerire dolcemente parole di conforto, tratte dalle Sacre Scritture come fossero semplici strumenti di una concreta filosofia di vita.
Infatti, a tutti quelli che ricordavano la leggerezza di Paola nell’attraversare la vita anche nei momenti difficili, la sua capacità di entrare in empatia con gli altri, di capirne i problemi e di “perdere tempo” per tentare di risolverli; a tutti quelli che piangendo la perdita di Paola hanno lamentato la dolorosa mancanza dei suoi piccoli-grandi gesti quotidiani, padre Giulio non ha consegnato ricette ma solo un (apparentemente) modesto consiglio di vita: “Vi siete chiesti perché oggi ricordate Paola per i suoi gesti? Perché, dopo la morte, quei gesti sono entrati nell’eternità. E allora penso che oltre al dolore, ci debba essere uno spazio per la gratitudine: noi non siamo qui per ricordare Paola defunta, ma per essere grati a Dio di averla conosciuta. Lenire il nostro dolore significa non tanto chiedere a Dio perché ce l’ha tolta, ma ringraziarLo perché ce l’ha data”.
Parole divulgate da chi sa interpretare le Sacre Scritture con calda comprensione facendone venir fuori quell’umano ottimismo che era tipico di Paola e che le faceva vedere sempre la bottiglia mezza piena, anziché mezza vuota.
Entrare in una chiesa sfiduciati e pieni di dolore: uscirne con un po’ di speranza e di conforto. Questo è quanto miracolosamente accaduto ieri fra gli amici e i parenti di Paoletta.

Amici che non erano tutti presenti lì, come non potranno esserlo l’11 ottobre a Milano per la messa a due mesi dalla morte di Paola. Ma questo per il semplice motivo che si tratta di amici nuovi, che Paola in vita non ha conosciuto: le migliaia di “amici” che si sono avvicinati a lei attraverso il blog.
Che dire? Anche questo è stato in un certo senso un miracolo, tant’è vero che questo blog risulta tra quelli che in Italia crescono più velocemente (vedi “Documentazione e video”).
Che dirvi? Evidentemente molti di voi sanno che cos’è il dolore, sono sensibili a chi lo prova, vogliono aiutare a scoprire i veri responsabili della morte di Paola affinchè altri non debbano patire lo stesso strazio. Perciò chi ci aiuta a raggiungere questo obiettivo, aiuta anche se stesso e i propri cari, dando un contributo prezioso: come una fiaccola, alimenta il fuoco del ricordo. E non dimenticare, non solo è l’unico modo per mantenere viva la ricerca della verità, ma anche il maggior conforto per chi ha subìto una simile perdita.
Ecco perché un augurìo a Paola, un pensiero, un bacio inviato oggi attraverso il blog sarà anche un gesto di affetto per noi che l’ameremo sempre. Grazie.

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Che cosa è successo quella notte?

Quella sera c’erano una cinquantina di responsabili delle operazioni in uno spazio del porto non accessibile al pubblico: fra questi, i magistrati, il capo della Capitaneria, il direttore generale della Siremar Pietro Giglio. Ed è stato proprio quest’ultimo che ha seguito le operazioni di recupero. Operazioni frutto di scelte avventate, superficiali, sbagliate, giustificata con motivi di sicurezza: cioè, il mezzo era di intralcio alla navigazione portuale.
GUARDATE LA FOTOGRAFIA e valutate voi stessi se il mezzo intralciava di più sugli scogli dove nessuna imbarcazione sarebbe mai andata a “navigare”, o dove è stato trasportato in tutta fretta quella notte ed è affiorante tuttora: cioè, dove appare la scritta RELITTO.
Ora il porto è più sicuro?
Sta di fatto che in piena notte, un rimorchiatore della SOMAT srl – quello di guardia che lavora per conto della Capitaneria – esce insieme ad altri due rimorchiatori forse chiamati dalla Siremar, fra i quali uno giallo, antinquinamento. Arrivati sul posto agganciano l’aliscafo e lo “strappano” dagli scogli, senza metterlo in sicurezza. Cioè, senza otturare la falla, senza nessun pallone galleggiante o altri accorgimenti che ne garantissero il galleggiamento.
Possibile che tra le persone che hanno effettuato quello “strappo” a nessuno sia venuto il dubbio che così l’aliscafo sarebbe andato a fondo? Possibile che nessuno prima di tirare il “Giorgione” abbia verificato com’era saldamente incastrata l’ala negli scogli? E’ proprio il distacco dell’ala, infatti, che ha ampliato la falla determinandone l’affondamento. Possibile che tra quella “gente di mare” nessuno sapesse che le regole della teoria navale e la prassi dell’arte marinaresca impongono, in caso di collisione tra due corpi, di non staccarli mai fra loro senza adeguata messa in sicurezza, perché il distacco, con l’inevitabile allargamento della falla, ne accelera la colata a picco? Possibile, insomma, che le diffide della Capitaneria inviate alla Siremar per rimuovere il mezzo, siano state interpretate dalla compagnia di navigazione nella persona dell’impassibile direttore Giglio come un’operazione da fare subito, di notte, di fretta, a qualunque costo: anche a costo di affondare il mezzo? Ed è possibile che questa “urgenza di garantire sicurezza” levando il “Giorgione” dalla scogliera, sia scomparsa al punto che, dopo due mesi, il relitto sta ancora in mezzo al porto dove chiunque può passarci sopra e entrarci dentro? Come risulta anche dalle fotografie riportate nel servizio di Blogosfere (vedi Documentazione e video). Perché è vero che la Capitaneria con l’ordinanza n. 73/2007 del 10 agosto vieta “la navigazione, l’ancoraggio, la sosta, la pesca marittima sia professionale che sportiva” nella zona in cui è affondato il “Giorgione”. Ma in realtà c’è chi sfreccia tranquillamente sull’aliscafo sommerso, senza che nessuno glielo impedisca: “Quest’estate sono passato diverse volte con il mio barchino sul relitto del Giorgione, proprio per vedere se qualcuno mi richiamava: per vedere se è possibile nella Repubblica Italiana passare sul corpo di un reato abbandonato lì da mesi, senza che nessuno intervenga. Una situazione assurda che anche l’ultimo marinaio di Trapani sa essere tale”.
Ma non è tutto. E’ vero che la Capitaneria con la stessa ordinanza vieta “qualunque attività marittima in genere, sia di superficie che in immersione, ad esclusione dei mezzi e personale impegnati nelle operazioni di recupero e delle FF.AA. e di Polizia”. Ma di fatto attualmente l’aliscafo non è sottoposto a sequestro probatorio. Il che significa che se qualcuno volesse rubare un seggiolino, un pezzo di ricambio o manometterlo, verrebbe solo multato – ammesso che venga scoperto – con una sanzione amministrativa: quella prevista dalla norma 1174 per chi viola un’ordinanza della Capitaneria di Porto. In caso di sequestro, invece, la magistratura avrebbe dovuto nominare un custode giudiziale che, in quanto responsabile di eventuali manomissioni al mezzo, sarebbe stato obbligato a piantonarlo giorno e notte. Custodia che in genere viene affidata alla Capitaneria.
Ma per il “Giorgione” verrà ordinato il sequestro probatorio solo dopo che il mezzo sarà stato recuperato.
E dove andrà in custodia giudiziale il “Giorgione”? Probabilmente nei cantieri DREPANUM dove già è in custodia l’ala presa sulla scogliera, e dove vengono eseguiti tutti i lavori di manutenzione ai mezzi della compagnia pubblica. Come mai? Forse quelli della DREPANUM sono cantieri particolarmente qualificati, visto che si occupano della manutenzione di quasi tutti i mezzi dello Stato: di Capitaneria, Carabinieri, Polizia, Finanza. Ma in questo caso, non sarebbe stato più opportuno disporre la custodia in un cantiere diverso da quello che ha effettuato i lavori sul corpo del reato?

Probabilmente anche a questo, come ai precedenti interrogativi sollevati dal blog, non ci sarà risposta. Ma l’inchiesta continua.
E mentre scrivo uno dei tanti “amici di Paola” mi ha segnalato una notizia appena apparsa sull’Avvisatore Marittimo a proposito di un convegno tenuto il 26 settembre dall’IPSEMA (vedi Documentazione e video): “Gli incidenti mortali che nel prossimo futuro avverranno nei mari europei verranno investigati da un’autorità indipendente internazionale…” E’ il segno di un cambiamento?

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Se al danno si aggiunge anche la beffa

Internet, il motore di ricerca, sta cercando la verità. Perché attraverso il blog mi stanno aiutando in tanti. Gente che sa ma non può parlare; gente che non sa a chi parlare; gente perbene che vuole condividere il dolore, l’indignazione, il diritto di sapere; gente che aiuta senza chiedere niente in cambio: solo in nome dell’impegno civile, dell’etica della solidarietà. E per questo non solo scrive, ma aiuta a trovare le prove, fa ricerche, invia documenti: “Non per giocare a fare il poliziotto, ma perché questa vicenda del Giorgione ha sconvolto una piccola città come Trapani – spiega uno di loro – Qui una cosa del genere non era mai successa: quella sera c’era gente che stava mangiando la pizza sui ristoranti del porto e vedendo con i propri occhi quello che è successo, sconvolta, ha mollato la pizza nel piatto, è saltata sulla propria barchina ed è corsa ad aiutare. Gente che non riesce a dimenticare”.

Infatti, sono proprio i testimoni di quella notte di tragedia che continuano a segnalare “anomalìe” sempre sullo stesso tema: l’affondamento del Giorgione, il suo successivo “abbandono” e la mancanza di provvedimenti contro la Siremar che aveva il compito di ripescarlo.
Giovedì dovrebbero arrivare a Trapani i mezzi della Micoperi: ma che questi possano recuperare a breve l’aliscafo sembra privo di fondamento. I mezzi della Micoperi, infatti, sono piuttosto grossi: prova ne è che viaggiano molto lentamente, a circa 9 nodi. C’è chi ritiene, dunque, che questi mammut del mare non solo avrebbero difficoltà a manovrare su un fondale di appena 7 metri come quello dove è immerso il “Giorgione”, ma ammesso che ci riescano, bisognerà interdire una grossa fetta dell’area portuale.
Comunque l’arrivo della Micoperi nel porto di Trapani avviene per uno scopo preciso e prioritario: ripescare il “Karol W.” nelle acque di Marittimo. Incarico affidatogli dalla magistratura e sottoscritto con un regolare contratto con il Ministero della Giustizia: tra la Siremar e la Micoperi, invece, non c’è ancora nessun contratto formalizzato. Questo fa pensare che se la nave della ditta di Ravenna dovesse occuparsi anche del recupero del “Giorgione”, ciò dovrebbe accadere dopo il recupero del “Karol W.” che giace in fondo al mare da aprile: e poiché far riemergere il peschereccio da un abisso di 400 metri, è un’operazione complessa e non velocissima, il “Giorgione” finirà in lista d’attesa.
Ma come mai non è stato pattuito alcun accordo tra la Siremar e la Micoperi? Forse perché non è sicuro che la Micoperi possa riuscirci? E per quale motivo?
Finora – in base a quanto dichiarato da chi gestisce le operazioni di recupero – si è attesa la Micoperi come una sorta di “deus ex machina” capace di risolvere problemi che altri sul posto non sembravano in grado di superare: e poiché la Micoperi era lontana e impegnata, con questa “giustificazione” si è aspettato tanto, facendo diventare il corpo del reato un ferrovecchio corroso dal mare. Ma se una volta giunta a Trapani, ci fossero altri intoppi e ritardi, ci sarebbe da mangiarsi le mani. Soprattutto da parte di chi suggeriva l’uso di palloni gonfiabili per far riemergere l’aliscafo: “Con i palloni, una volta staccatosi dal fondo, poteva essere facilmente trascinato fino al molo dove una delle tante gru che lavorano nel porto di Trapani, poteva tirarlo a secco”. Una soluzione ancora possibile, l’uovo di Colombo, che nessuno ha preso finora in considerazione. Così all’amaro sapore del danno, si aggiunge quello della beffa… E i dubbi sull’intera operazione di recupero diventano inquietanti: anche perché non basterà a fugarli l’arrivo della Micoperi previsto per il 4 ottobre, tre giorni prima della scadenza della proroga concessa alla Siremar per effettuare il recupero. Soprattutto guardando dall’alto la scena del delitto in una fotografia del porto di Trapani presa dal satellite: una foto illuminante, ma proprio per questo sconcertante. Tant’è vero che ho preferito metterla direttamente qui e non in “Documentazione e Video”, proprio perché nessuno possa dire di non averla vista e di non sapere.

Porto di Trapani

Con la scritta SCHIANTO è indicato il luogo sulla diga foranea dove, impattando, è rimasto incastrato, il “Giorgione” e da dove non si sarebbe mai dovuto spostare in maniera così rozza e affrettata, in quanto prova fondamentale nel processo di omicidio colposo per scoprire le vere responsabilità. Il Comandante dell’aliscafo Mario Scaduto, infatti, dichiarò subito alla magistratura e alla Capitaneria di avere avvertito un duplice problema tecnico: il che, a livello statistico, è molto raro soprattutto considerando che il vecchio aliscafo – navigava già da 18 anni – era appena uscito dai cantieri dove, secondo il direttore della Siremar, “era stato rimesso a nuovo”.
E’ evidente, dunque, l’importanza di approfondire le dichiarazioni del Comandante fatte a caldo – prima, cioè, di poter ricevere eventuali condizionamenti – con indagini mirate. Di qui l’utilità di preservare il più possibile integro il mezzo che nel frattempo lì dov’era, sulla diga foranea di sottoflutto, protetto da quella di sopraflutto, non si sarebbe mai mosso: non solo perché il comandate Scaduto e l’equipaggio prima di andare via l’avevano bene agganciato con cavi agli scogli, ma perché l’ala incastrata sulle rocce faceva perfettamente da ancora. Tant’è vero, che in seguito, portando via il mezzo, è rimasta incastrata sulle rocce ed è stato necessario un apposito intervento per rimuoverla.
In ogni, caso in quella posizione era sicuramente più agevole fare indagini e acquisire prove piuttosto che in fondo al mare. Come ha dimostrato la notte stessa la squadra della Polizia scientifica dei Carabinieri condotta dal maresciallo Lombardo, andata sul posto: sono saliti a bordo con le loro valigette, hanno fatto i rilievi, scritto un verbale di sopralluogo. Se hanno avuto tutto il tempo e la possibilità di muoversi sull’aliscafo di notte, avrebbero potuto continuare ancor meglio di giorno. Ma il giorno dopo l’aliscafo non c’era più.

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